Detroit: Become Human Genere, PS4, Recensione

Detroit: Become Human – Recensione: Chi è l’uomo? Chi è la macchina?


Quantic Dreams

Sviluppatore

Sony Interactive Entertainment

Publisher

Avventura Grafica

Genere

La fantascienza ha trattato molte volte il tema: eventuali I.A. costruite dall’uomo diverranno mai senzienti? E se sì, come affronterà l’uomo le conseguenze di tale avvenimento? Sull’argomento ha scritto chilometri di pagine Asimov, e ci sono film e telefilm che hanno fatto dell’argomento il motore centrale delle loro storie; vedi Battlestar Galactica, Westworld, 2001: Odissea nello spazio e tanti altri. Detroit: Become Human da una sua personale risposta all’argomento, immergendoci in una storia fatta di emozioni, momenti di tensione e pure qualche colpo di scena. In questo caso però non sarete solo passivi spettatori dello svolgersi degli eventi, ma avrete parte attiva nel determinare l’andamento delle cose, come da tradizione nei titoli Quantic Dream.

La storia siamo noi

Detroit: Become Human

I tre protagonisti del gioco: Connor, Markus e Kara. Tutti androidi.

La storia di Detroit: Become Human è ambientata nel 2038. Il mondo è cambiato rispetto ai giorni nostri proprio a causa dell’invenzione degli androidi. Un’azienda chiamata CyberLife produce questi esseri artificiali, che vengono utilizzati per compiere ogni sorta di lavoro, soprattutto quelli più pesanti o considerati degradanti, ma vengono venduti anche alle famiglie come “elettrodomestici”. La gente li utilizza per svolgere attività mondane da molti considerate una seccatura, come andare a fare la spesa e o ad esempio pulire casa. Questi androidi però sono progettati per essere il più simili possibile agli esseri umani e sono in grado di interagire in maniera credibile con i loro padroni umani, simulando emozioni e rendendoli per questo, in alcuni casi, amati dalle famiglie in cui vivono. Pensate ad esempio a come un bambino potrebbe affezionarsi in fretta ad uno di essi. Molti iniziano a considerare parte della propria famiglia gli androidi e li trattano come umani, ma sembrano essere solo sporadici casi: infondo si tratta pur sempre di macchine, giusto? Accade però qualcosa: una serie di strani incidenti iniziano a verificarsi. Alcuni androidi iniziano a compiere azioni che esulano dalla loro programmazione arrivando anche a mettere in pericolo la vita degli umani, pertanto vengono etichettati col nome di Devianti. Considerati una minaccia da contenere a causa dei loro comportamenti violenti, ai Devianti viene data la caccia e quando vengono ritrovati vengono immediatamente smantellati. Ma cosa rappresenta in realtà la comparsa dei Devianti? Si tratta di semplici “bug” nella programmazione degli androidi o è invece la prova che questi esseri stiano diventando coscienti di se stessi e quindi, a tutti gli effetti, degli esseri senzienti? E se così fosse, come dovrebbe comportarsi l’umanità nei confronti di questa nuova razza?

Detroit: Become Human

Le vostre scelte avranno un impatto importante sulla trama. Vita e morte di molti personaggi sono nelle vostre mani.

Questo è il quesito principale che fa da sfondo all’intera trama di Detroit: Become Human. Come detto sopra, si tratta di un argomento già affrontato da innumerevoli opere di fantascienza, ma a mio parere è l’approccio che è del tutto particolare, anche se pure questo non inedito. David Cage, ideatore di tutti i titoli di Quantic Dream, decide di metterci nei panni non degli umani, ma di tre androidi. Il primo a venire introdotto è Connor, un androide costruito dalla CyberLife per investigare sul fenomeno dei Devianti e che viene assegnato alla polizia per aiutarla nelle indagini sui vari casi che li coinvolgono. Connor è quindi un androide, che da la caccia ad altri suoi simili. Abbiamo poi Kara, un modello casalingo che appartiene ad una famiglia composta da un padre violento e una bambina, e infine Markus, anch’egli progettato per svolgere attività casalinghe, alle dipendenze di un facoltoso anziano; per entrambi però il destino ha in serbo cose ben diverse dal rimanere dei semplici strumenti di lavoro. Oppure no? Parlare di ciò che accadrà durante il corso del gioco a questi due personaggi è difatti praticamente impossibile e questo per un motivo ben preciso: sarete voi a forgiare la storia di tutti e tre i protagonisti, con le vostre scelte.  In questo gioco infatti gli eventi si evolvono in base a come giocherete e alle azioni che deciderete di intraprendere. La struttura del gioco propone diversi scenari, ognuno con all’interno dei “crocevia” che indirizzeranno i personaggi e la storia in determinate direzioni, in base a come deciderete di comportarvi. Puntualizzo che non si tratta di cambiamenti minori, ma di veri e propri punti di svolta che possono influenzare in maniera pesante un playthrough. Ma andiamo a vedere nello specifico come questo accade.

Un pulsante e lo scorrere del tempo

Detroit: Become Human

Non solo pulsanti e levette: in Detroit: Become Human dovrete usare anche touch e accelerometro.

Se avete già giocato ad un titolo Quantic Dream sapete bene come funziona; per tutti gli altri lo spiego brevemente. Questo gioco si basa quasi interamente su Quick Time Event (da ora QTE). Il cuore del suo gameplay consiste nel porre il giocatore di fronte a delle situazioni dove, tramite la pressione di un tasto o di una combinazione di tasti entro un dato tempo limite, si possono far compiere determinate azioni al personaggio controllato. Per restituirvi l’idea di come ci si sente a giocare un titolo di questo genere posso dirvi che è come guardare un film, dove però abbiamo la possibilità di interagire influenzandone l’andamento delle scene. Questo può apparire limitante per alcuni, visto che tutto quello che il giocatore deve fare è premere qualche tasto ogni tanto e non partecipare “attivamente” all’azione. Va però precisato che sebbene si tratti di un’esperienza magari sicuramente più passiva rispetto a quello che abitualmente offre un videogioco, non lo è così tanto come sembra. Almeno non lo è se si decide di giocare alla difficoltà più alta. Detroit: Become Human ha infatti due livelli di difficoltà: uno in cui i QTE diventano più difficili e il tempo per eseguirli viene ridotto all’osso ed una in cui invece si ha più tempo sia per eseguire i comandi che per considerare le proprie scelte. La mio opinione è che l’esperienza di gioco diventi completa giocando alla difficoltà più alta: l’esperienza diventa molto più realistica, proprio perché di fronte a determinate scelte si ha poco tempo per agire, come accadrebbe nella vita reale. Durante le sessioni di gioco va quindi mantenuta un’altissima concentrazione, per non perdersi nemmeno una virgola di quello che accade su schermo e agire nel migliore dei modi. O meglio, quello che speriamo possa essere il migliore dei modi.

Detroit: Become Human

La ricerca di elementi con i quali interagire nei vari ambienti è semplificata da una sorta di “visione potenziata”. Occhio però che non tutti appariranno in maniera così palese.

Questo è il cuore dell’azione, ma il gameplay non consiste interamente in questo. Nella stragrande maggioranza dei casi i momenti QTE, saranno anticipati da delle fasi esplorative in cui si può esplorare liberamente degli ambienti e interagire con diversi elementi sparsi al suo interno. Questa attività permette, al protagonista e contemporaneamente anche al giocatore, di acquisire nuovi elementi, come un’oggetto o un’informazione, che sbloccano nuove opzioni durante le fasi QTE.  Facendo un esempio pratico, diciamo che nella fase esplorativa scoprite che all’interno di un mobile è celato un coltello. Il fatto che sappiate che è lì, vi permetterà di utilizzare come opzione “Prendi il coltello”, nel momento in cui dovrete affrontare una situazione che si verifica in quella stanza. Non vanno dunque trascurate queste fasi, visto che permettono di sbloccare diversi tipi di interazioni che altrimenti non potreste adottare.

Una volta non basta

Detroit: Become Human

Alla fine di ogni capitolo il gioco fornisce una panoramica delle scelte compiute, mostrando anche quante altre alternative avreste avuto.

Come abbiamo detto, la storia di Detroit: Become Human può prendere pieghe decisamente diverse in base alle azioni di chi gioca. La cosa ci viene fatta ben presente anche dal gioco stesso che ci mostra alla fine di ogni scenario un diagramma con le azioni compiute durante il nostro personale percorso e quante altre alternative avremmo potuto invece “vivere”. La rigiocabilità del titolo è dunque molto alta, visto che potrete decidere di rigiocare delle sezioni per vedere come sarebbero andate le cose compiendo una scelta diversa. Va segnalato il fatto che non esiste una funzione che permetta di saltare le cutscene e quindi sarete costretti a rivedere l’intero capitolo integralmente, senza la possibilità di skippare direttamente alle scelte vere e proprie, e la cosa potrebbe risultare leggermente tediosa. In questo paragrafo però volevo soffermarmi soprattutto sulla qualità della sceneggiatura del gioco, elemento importantissimo vista la sua natura. Il verdetto è decisamente positivo.

Detroit: Become Human

A volte può capitare di imbattersi in qualche attività extra nel menù di gioco. Come un questionario che vi proporrà qualche domanda di non facile risposta.

Cage ha tessuto un insieme di situazioni capace di allacciarsi in maniera perfetta e soprattutto in grado di emozionare profondamente grazie a momenti toccanti e che fanno leva sulla moralità di chi tiene il pad in mano. Il gioco pone diverse domande: cosa definisce veramente un essere umano? Cosa lo rende tale? Che responsabilità comporta la capacità di creare?  Domande a cui ognuno dovrà dare la sua personale risposta in maniera attiva, cambiando il corso degli eventi, ma anche forgiando il carattere dei protagonisti, secondo la sua personale visione. È il paradosso dei giochi della Quantic Dreami: hanno gameplay più passivo della norma, ma sono in grado di coinvolgere in modo incredibile. Certo qualche scivolone c’è: qualche passaggio un po’ troppo ardito, che mette alla prova la credibilità degli eventi, ma nel complesso mi sento di dire che Detroit: Become Human possiede una trama capace di emozionare e catturare il giocatore, proponendo anche una grande varietà di situazioni che sinceramente non mi aspettavo. Di prim’ordine anche il lavoro svolto dare spessore al mondo di gioco piazzando strategicamente riviste e notiziari che danno informazioni sulla situazione sociale e politica del 2038 e dei cambiamenti che le nazioni stanno affrontando a causa del progresso tecnologico.

Supremazia tecnologica

Detroit: Become Human

La varietà di scenari e di situazioni nella quale ci troveremo durante il gioco è sorprendente.

Tecnicamente parlando Detroit: Become Human può solo essere elogiato. Cominciando dalle ambientazioni non saprei proprio cosa indicare come difetti sotto il profilo artistico e tecnico. Il gioco restituisce una ricostruzione di una Detroit del futuro che non è riuscita a lasciarsi alle spalle il degrado urbano ed è quindi una città dalle forti contraddizioni: immensi grattacieli, cattedrali di acciaio e vetro, convivono assieme a catapecchie dove regna il degrado e l’incuria. Non c’è un solo luogo in cui ci muoviamo che non sia curato sotto ogni minimo dettaglio: a stupire sono i piccoli dettagli che rendono le ambientazioni vive, pulsanti, credibili.  Impressionante il lavoro svolto sui personaggi: le animazioni, soprattutto quelle facciali, sono qualcosa di incredibile. Parlando di puro frame rate giocando su una PS4 standard abbiamo registrato qualche calo in determinate zone, mentre su PS4 Pro non c’è stato mai alcun tentennamento. Impeccabile la mappatura dei controlli e la scelta di tasti da utilizzare nei QTE, che fanno affidamento anche sul touchpad e sull’accelerometro del DualShock 4. Magistrale la performance degli attori inglesi e buonissimo anche il doppiaggio italiano, con voci azzeccate per ogni personaggio. Ottima la colonna sonora, composta da melodie perfette per ogni momento, sia questo un attimo carico di tensione o un tranquillo scenario di vita familiare.

Grafica 100%
Sonoro 100%
Giocabilità 90%
Carisma 95%
Longevità 90%
Final Thoughts

Detroit: Become Human è un gioco speciale che tratta argomenti in grado di toccare le corde dell'animo di chi lo gioca. Lo ripeto, si tratta di temi già affrontati in altre opere, ma che qui vengono proposti con grande efficacia, anche grazie al fatto che noi viviamo l'intera storia nei panni non dell'umano, ma dell'androide. Si tratta di un capovolgimento di prospettiva potente, che spinge chi gioca a considerare gli avvenimenti non dal punto di vista di un esponente della sua specie, ma da quello dell'altro, del diverso, del Deviante. Tecnicamente superbo, è una vera e propria esperienza, che consiglio a tutti, anche a quelli a cui solitamente giochi del genere non piacciono. Se siete umani, non potrete non rimanere coinvolti nelle storie di Kara, Connor e Markus. Consigliato.

Overall Score 95%

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