PC, Recensione

Die for Valhalla! Recensione – Na vichingata estemporanea


Avrei davvero voluto scrivere di più su questo Die for Valhalla!. Avrei voluto dilungarmi parlando di tematiche epiche, incredibili poteri e personaggi mitologici.
Invece siamo di fronte al classico gioco trapezoidale, che ovvero parte subito in quarta, forte, divertente e facile da utilizzare, aggiungendo sempre qualche piccolo dettaglio… per due ore.
E poi, la retta.
Qualcosina ancora ancora la mette sul piatto, ma il vero piattume è quello del gameplay.

Rivivi, spacca, salta, muori e ripeti

Ahahah ma daiiii

Il gioco non tradisce fin da subito la sua incredibile natura arcade, con tanto di citazioni dotte a Golden Axe: nei panni di una neoassunta Valchiria (abbinata ad una delle quattro stagioni), dovremo riportare a vivere un vichingo X dal suo sepolcro, per combattere contro robacce uscite da un misterioso portale che cercano di rovinare il mondo e colpire infine il papà Odino.
Ed il sistema è intrigante: mentre meniamo a spron battuto vichinghi nemici, goblin e brutture varie della natura, in caso di nostra morte prenderemo comando della nostra spiritica valchiria, che un paio di attacchi può anche farli, ma principalmente andrà a possedere lapidi o roba. Per le lapidi, i disegni su di questi rappresenteranno la classe del personaggio che andremo ad evocare: un medio di spada, un forte di attacco ma basso di difese con doppia ascia, un arciere abile negli scontri da lontano ma pipposo su quelli ravvicinati… e poi mano a mano un altro paio in corso d’opera. Possiamo però possedere anche nemici ed elementi dello scenario, come botti, cespugli e pali puntuti, cercando di sfruttare tali occasioni per distruggerli sul viso ai nostri nemici. Partita normale, salvataggi frequenti ed approccio soft, partita dura permadeath sulla valchiria, che una volta sconfitta (può essere ferita quando compare sul campo, e mai guarita da oggetti dello scenario) farà terminare tutto quanto, facendoci ricominciare dall’inizio.
C’è poi anche un po’ di componente RPG: i nemici sconfitti lascieranno spesso in campo degli oggetti luminosi vichinghi, in sostanza avvicinabili a dei punti di esperienza, che andranno ad assommarsi dandoci diverse possibilità e poteri a livello concluso. Sempre in tale occasione, potremo muovere un quadrato su di una scacchiera di rune, per aumentare come ci pare forza, spirito magico, difesa e punti vita. Possiamo quindi vivere un approccio bilanciato, oppure sgravarci con vichinghi fortissimi e debolissimi, o spaccaspaghetti ma duri come il marmo runico da buttare giù.
Da buon arcade poi, i tasti sono 3: attacco principale, attacco speciale del personaggio (difensivo, da lontano o persino nel caso dell’arciere il lasciare tagliole a terra) e salto. Qualche combo particolare c’è, ma credo che in totale non superino mai le unità pari alle dita di una mano.
Potremo poi liberare alcuni colleghi legati come salami, che verranno ad aiutarci sino ad esaurimento barra (della vita), ed i cui clan potremo sbloccare nel menù ad ogni tot exp. Diciamo che ci saranno di aiuto quanto i tizi dalla faccia ambigua del passato Aztec Adventure per Master System, che se non conoscete vi consiglio di approfondire con il pezzo che trovate qua sul sito.

La routine del vichingo

Come già anticipato però la forza del gioco termina dopo le prime battute, con un fattore ripetitività che diventa bello alto, e che se può andare bene davanti ad un cabinato per un paio d’ore, sulle 5 o 6 che il gioco propone… avete capito.
La strategia diventa un semplice: ha lo scudo? No, picchia. Sì, fai la mossa del salto e picchia.
Le altre mosse possono essere medio utili, ma sulla fine a quello ci si limita; le uniche differenze sono solo la presenza di una runa da difendere e di grossi boss che… fanno gli stessi sTESSI ATTACCHI ogni sacrosanta volta. Quindi anche lì, trovata una strategia la si porta avanti in modo semplicemente un po’ più veloce ad ogni tornata.
Ed è peccato, perchè qualche potenzialità la aveva, così come un umorismo scemamente nero in certi casi: l’impegno avrebbe pagato, non lo nascondo, anche un 10 – 15 % in più sulla votazione finale.

Grafiche e sonori della terra dei drakkar

che piattezza di titolo di paragrafo, ma non sapevo nemmeno articolare una battuta
L’effetto fumettoso è riuscito, ed è simpatico come alla nascita (rinascita, arrivano da morti in effetti) i nostri vichinghi possano comparire casualmente uomini o donne, dando sempre un po’ di varietà; gli altri disegni sono carini, con un voluto credo senso di piattezza tipo albumone dei trasferelli, dove alcuni elementi sono tutti identici tra loro. Ovvio, a causa dell’arcade style.
Musiche senza infamia nè lode, in certi casi anche evocative, ma sempre quelle poche a rotazione; azzeccato qualche suono, tipo lo HEYYYAH! che letto da noi sa più di sassarese, ma in realtà vichingo, che compare ad ogni passaggio ad un livello superiore.

Valutazione

Grafica 76%
Sonoro 79%
Giocabilità 63%
Carisma 52%
Longevità 83%
Final Thoughts

Die for Valhalla! è una idea interessante e grezzona, ma il cui gameplay si appiattisce di molto sul lungo periodo: è sempre bello menare asciate vichinghe, ma stavolta l'esperienza è consigliata solo ai grandi amanti dell'arcade o per chi voglia un pestabottoni antistress senza troppe complicazioni.

Overall Score 70%
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