franz kafka videogame PC, Recensione

The Franz Kafka Videogame – Recensione: Ceci n’est pa un videogame?


mif2000

Sviluppatore

Daedalic Ent. (Adventure’s Planet in ITA)

Publisher

Puzzle, Avventura grafica, Sperimentale

Genere


Tre premesse. Essì, non fate quella faccia.
Premessa uno: viste le prime immagini di questo gioco, peraltro distribuito da Adventure’s Planet anche in scatolato (senza DRM, of course) ho provato delle curiosissime sensazioni di metafisica e surrealtà, che mi hanno fatto venire una buona voglia di darci occhio.
Premessa due: il titolo è realizzato da Denis Galanin (mif2000), già artefice di Hamlet, giochillo che possiedo scatolato e che si rivelò come carino sul lato artistico, ma molto molto semplice e breve su quello pratico (tanto che lo citai in una brutt ten come esempio meglio fatto, ma sulla stessa linea, di un titolo come Gomo). Dunque attendevo al varco: con una tematica così particolare come se la sarà cavata?
Premessa tre: Kafka mi è sempre stato sulle balle. No, non sono un pischello studentello che si fa due marroni così, ma è proprio il tipo di racconto di questo famoso scrittore ad avermi lasciato in un perdurante stato di “a metà”, forse voluto, forse no. La morale dei suoi scritti, se ne hanno una, mi è parsa sempre sbattuta in faccia a metaforate, rendendo sempre ogni cosa ridondantemente messaggio; una sorta di Broken Age della letteratura dell’epoca insomma. E poi io sono sempre stato più Fedoriano.
MA ORA BASTA CON IL Momento Per un pugno di libri e vediamo di entrare nel mondo del surreale surrealismo.

Ma questo Kafkian, chi è?

Il gioco per ammissione stessa degli autori non vuole essere una riproposizione di situazioni paro paro ai libri del suddetto, ma più un ricrearne le atmosfere grottesche ed imprevedibili. Il nostro signor K. è uno psicologo molto famoso, ma pure molto squattrinato, che tira avanti per cercare di avvicinarsi al matrimonio con la sua bella Felicia. Quando ecco che una grande corporazione americana gli chiederà di intraprendere un viaggio verso la sua sede per ragioni di incredibile importanza: guardarsi dentro.
Tolti i momenti kafkiani, con tanto di citazioni in latino e situazioni senza un vero e proprio sbocco narrativo, questa avventura ci porterà più in un mondo alla Magritte, dove logica e proporzioni degli oggetti vivono di regole proprie, e creando sempre una sensazione di straniamento ma mai così tanto negativa nel giocatore… o spettatore, vedete voi.
Siamo quindi distanti da un pessimismo di fondo kafkiano, e più vicini ad un pretesto per contestualizzare una storia surreale in un mondo di primo novecento, tra navi volanti e detective scarafaggi.

Il Processo

Ringraziandomi per non essere un collega che avrebbe sicuramente posto in maiuscolo anche la “c” di codesto paragrafo, vediamo un po’ in un mix grafica e gameplay. Sì questa volta i due elementi sono strettamente collegati, e quasi uno in funzione dell’altro: sembra che alcune scelte siano più artistiche che di game design, preferendo un ragionamento più bislacco ma dalla maggiore carica straniante. Abituatevi dunque fin da subito a personaggi randomici, palombari burocrati e camminate su giochi dell’oca giganti. Il sistema è identico al predecessore Hamlet: schermate fisse animate, con possibilità di cliccare in diverse aree attive per modificare l’ambiente e vedere in sostanza cosa cambia. Questo lo rende un titolo alla portata di tutti, vicino al puzzle game portatile ma mai troppo scontato.
Ed anzi, il suo surrealismo di fondo poteva essere una buona ragione trainante per farci compiere ragionamenti un po’ diversi dal normale, e dando più peso come già detto alla bellezza della situazione finale piuttosto che una sua ferrea logica (scusate i panegirici ma non voglio fare spoiler). Però appunto il verbo è al passato, e questo vuol dire che qualcosa è venuto a mancare.

Momenti Twin Peaksiani

L’autore si concentra molto su questo tipo di esperienze molto rapide, ma qui la scarsa longevità si sente: l’arte è molto più in alto rispetto ad un Hamlet, e dunque si vorrebbe qualcosa di più, che viene a mancare proprio nel momento in cui il ritmo va in crescita. Le declinazioni sarebbero state molte a mio avviso, magari prendendo spunto da opere pittoriche o altri scritti dell’autore al centro di tutto, invece si nota una perdita di sostanza di fondo che elimina parecchi, parecchi punti al titolo. Contiamo poi anche che lo stesso gioco ci aiuterà con due indizi visivi a tempo se non saremo in grado di superare una sua parte, altra forma interessante di supporto in-game, ma che accorcia così ancor di più il già scarso tempo a disposizione di esperienza.
Per dire, se all’improvviso parte un teatrino giapponese alla Street Fighter con apparizione casuale di Carmack in foto, rimani veramente spiazzato, ma la spiazzatura diventa delusione se pochi minuti dopo (facciamo per un paio d’ore di esperienza totale) tutto è già arrivato alla fine, anche piuttosto secca e priva di quelle stesse derivazioni surreali che abbiamo visto nel corso del gioco.
O in breve: orcavacca, per una volta che un finale senza senso sarebbe stato sensato, cercate di inserirci del senso! Che nonsenso!

Il Castello

Si ha quindi l’impressione di stare davanti ad un castello di carte fatto con un mazzo raffinatissimo: dà sicuramente piacere, ma per tempo limitato. Lo stile è veramente come detto un piacere per l’occhio, con buffi cambi prospettici, forme diseguali alle quali si accompagna una colonna sonora al pianoforte che ancor meglio lega il tutto all’epoca del primo Novecento. Persino le parti a scorrimento con parti di storia da leggere sono strutturate in modo interessante: lo scroll qui non è fine a sè stesso, spesso è proprio scelta registica, e questo è bello.
Ma, per citare invece il buon Dickens, alla fine della fiera la morale è sempre quella: ritrovarsi davanti allo schermo dicendo “ne voglio ancora” tipo Oliver Twist.

Valutazione

Grafica 87%
Sonoro 80%
Giocabilità 69%
Carisma 80%
Longevità 40%
Final Thoughts

Sarà una particolare scelta artistica dell'autore in questione, ma The Franz Kafka videogame risegue quasi paro paro l'onda del passato Hamlet: grafica interessante ed in questo caso anche molta carne al fuoco in più in quanto a carisma ne avrebbero potuto fare un gioco veramente diverso, veramente artistico in barba a tanti altri presunti tali, coniugando metodi passati ad un pensiero nuovo e (per la tredicesima volta) surreale. Così invece resta un gioco carino, di qualche ora e nulla più, rivelandosi come sperimentazione un po' fine a sè stessa, soprattutto molto semplice per la sua stessa natura di titolo esplorabile tramite schermate fisse. Per la prima volta nella vita insomma, avrei voluto più Kafka. E tutto ciò in effetti è molto kafkiano.

Overall Score 71%
Readers Rating
2 votes
84

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.