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The Legend of Zelda: Breath of the Wild – Recensione


Nintendo

Sviluppatore

Nintendo

Publisher

Open World, Avventura

Genere

The Legend of Zelda: Breath of the Wild è un capolavoro. Uno di quei titoli che segna un punto di svolta capace di scuotere l’intera industria videoludica verso un nuovo standard. Un’opera maestosa che però, nell’epoca “dell’internet” (nel senso peggiore del termine) rischia di non essere compresa. Cerchiamo qui di spiegare passo per passo perché il nuovo Zelda è un titolo che merita “il” votone.

EREDITA’ PESANTE

Hyrule torna, ma è ben lontana da quella vista nei precedenti episodi. La Hyrule di Breath of the Wild è fatiscente e le rovine su cui si erge stanno a simboleggiare la rottura stessa con il passato della saga.
Un brevissimo prologo in cui assisteremo al risveglio di Link ci introdurrà in questa nuova avventura. L’amnesia che accompagnerà il nostro beniamino si sovrappone a relitti tecnologici avanzati in disuso, testimonianza di un’era fertile per breath of the wildHyrule, ma caduta in disgrazia cento anni prima per via del solito guastafeste che porta il nome di Ganon. Tra questi relitti tecnologici persiste la tavoletta Sheikah, stumento indispensabile per Link, una sorta di tablet fantasy (innegabile le somiglianze con il paddone Wii U) che gli permette di visualizzare informazioni, mappe e l’assimilazione di vari poteri.

Una volta spiegati i basilari funzionamenti della tavoletta, saremmo chiamati ad uscire dal sacrario dove abbiamo dormito per ben 100 anni e partire alla ricerca della principessa di Zelda. Proprio come accadeva in The Legend of Zelda del 1986 per NES, anche qui saremo lasciati liberi di esplorare Hyrule senza nessun vincolo, in un nuovo e sconfinato mondo fatto di segreti, combattimenti, enigmi e ricordi da riacquisire.
La narrazione di Zelda: Breath of the Wild è ispirata alla grande animazione giapponese, in particolare è possibile ricondurre lo stile narrativo (ma anche visivo) alle opere del studio Ghibli. In questa occasione i personaggi (senza fare troppi spoiler sui particolari) presentano molte più sfaccettature che in passato, tranne forse solo per Link, che rimane sostanzialmente “muto”. Tra le altre cose non mancano generosi rimandi agli episodi passati e ai personaggi che hanno dato vita alla leggenda videoludica più famosa di sempre. Il tutto racchiuso in una narrazione che ben si mescola con le fasi free roaming e l’incipit classico della serie; le due cose non risultano mai invasive, anzi, sono straordinariamente complici in un equilibrio capace di regalare l’ennesima epica epopea alla ricerca della stabilità del potere della Triforza.

IL PRIMO VERO OPEN WORLD

La caratteristica di maggior rottura con la saga in Zelda: Breath of the Wild risiede proprio nella sua veste inedita di open world. Per l’occasione Eiji Aonuma e il suo team hanno puntato in grande, superando come ampiezza le mappe dei mostri sacri del genere come Skyrim o The Witcher, superando di ben 12 volte quella presente in Twilight Princess – e il risultato finale è qualcosa di eccezionale.Non parliamo solo per la varietà di ogni singola regione, ma del design che si può ammirare ad ogni metro calpestato. Appena avviata la nostra avventura sarà subito riscontrabile una certa cura maniacale per i dettagli anche più piccoli. breath of the wildNon aspettatevi un terrain dislocato il più possibile solo per aumentare il brodo: ogni singola parte della mappa nasconde sempre qualcosa da fare. Che si tratti di racimolare materie prime, armi, annientare mostri speciali o scovare tesori di vario genere poco importa, il gioco vi porterà a bramare anche la vetta distante o l’isola più lontana. Se questo non bastasse, l’interazione con il terreno è così ampia da costituire differenti approcci in base all’esigenza di ogni videogiocatore.

Ed è proprio qui risiede la feature più innovativa in Breath of the Wild: a differenza dei passati open world non ci troviamo di fronte ad una mappa che ha il mero scopo di aggregare centinaia di side quest. Non sono i muri di testo o scelte scriptate a determinare la storia, ma la nostra interazione – in altre parole è il gameplay a guidare la narrazione. Certo, non manca una main principale e altre sfide secondarie, ma la genialità del titolo Nintendo risiede nell’aver sviluppato un mondo dove la possibilità di completare determinati obbiettivi è innumerevole. Link può tagliare gli alberi, bloccare sassi e attirare il ferro come con una calamita con i poteri della tavoletta Sheikah, dare fuoco a legna ed erbaccia, planare, arrampicarsi, lanciare bombe, sfruttare al meglio il suo arco e così via. Inutile dire che tante azioni così ben diversificate tra loro garantiscono un numero elevato di variabili, tanto che difficilmente due giocatori giocheranno Breath of the Wild nella stessa maniera.
Per la prima volta davvero ci troviamo in un mondo realistico (nonostante lo stile grafico possa trarre in inganno), dotato di un’ottima fisica e implementazioni originali: Hyrule non è mai stata così viva, anzi, niente è stato così palpabile prima di Breath of the Wild.

UN NUOVO PARADIGMA

Ovviamente le meccaniche free roaming non sono le uniche novità del titolo. In Breath of the Wild molte cose sono cambiate rispetto al passato, proprio per rendere l’open world coerente senza risultare stancante. La prima grande novità risiede sicuramente nell’utilizzo di svariate armi (archi e scudi inclusi), tutte – e quando diciamo tutte, sono proprio tutte – distruttibili. Questo elemento aumenta non di poco il fattore strategia nella gestione delle armi, le quali possono essere raccolte, rubate, trovate come tesori o ricevute in dono, ma mai comprate o aggiustate. Il tutto viene tradotto in un loop davvero funzionale che ci stimolerà fino alle fasi finali del gioco a cercare ed esplobreath of the wildrare ogni angolo del mondo in cerca di un equipaggiamento più forte. Discorso simile va fatto anche per le rimanenti risorse, che possono essere raccolte, comprate, cacciate o trovate. Data l’impossibilità di Link di rigenerare i cuori se non tramite pietanze da cucinare, il gioco offre una nutrita lista di ingredienti per creare nuove ricette e pozioni speciali. Quest’ultime non vanno solo ad influire sull’energia del protagonista, ma possono fungere anche come rimedi contro il freddo e il caldo. Infatti l’atmosfera di Hyrule in questo nuovo capitolo influisce parecchio sull’esplorazione del gioco. Ma mentre freddo e caldo danneggeranno i cuori di link, pioggia e vento renderanno difficoltosa la scalata di montagne o l’esplorazione di determinati luoghi.
Un grosso passo in avanti è stato fatto proprio dai controlli: ora Link appare più dinamico, con la capacità di saltare e arrampicarsi ovunque il giocatore lo desideri. Per rendere il tutto meno piatto e monotono ritroviamo anche qui, come in Skyward Sword, il vigore. Una barra verde circolare che detterà la possibilità di fare un numero determinato di azioni. Tuttavia può essere ripristinata tramite cibi speciali o pozioni. Inoltre, come succede con i cuori, può essere incrementata in modo permanente. Tuttavia, a differenza del passato, non sarà più necessario trovare solo un portacuore (o portavigore) per fare ciò, ma sarà obbligatorio completare uno dei 120 sacrari disseminati in Hyrule…e qui possiamo aprire l’ultimo paragrafo dedicato al gameplay!

SACRARI, POTENZIAMENTI E COLOSSI

Come accennato sopra, i sacrari vestono un ruolo determinante nel potenziamento di Link. Presentati sotto forma di brevi dungeon, una volta completati ci ricompenseranno con un Emblema del Trionfo. Una volta racimolati quattro, sarà possibile scambiarli tramite una Statua della Dea con un cuore extra o una tacchetta extra di vigore. Oltre ai sacrari, per potenziare Link sarà possibile usare il potere delle fate in cambio di materiale specifico e rupie per l’aggiornamento delle nostre armature. Ovviamente le fate si trovano in nicchie nascoste, difficilmente raggiungibili e quindi breath of the wildstarà a noi trovarle. Anche la borsa delle armi può ricevere degli upgrade significativi collezionando i vari semi Korogu e la cosa risulta particolarmente utile visto che ci darà maggior possibilità di scelta su cosa conservare o meno dei nostri armamenti.
Potenziarci ci sarà utile nell’affrontare i colossi, che altro non sono che i vecchi dungeon visti in un’ottica nuova, ovvero quella di enormi macchine di fattezze animali con al loro interno un meccanismo in anomalia da ristabilire tramite la tavoletta Sheikah e l’abbattimento del canonico boss di fine dungeon. Abbiamo davvero apprezzato questa nuova dinamica dei labirinti, anche in merito al fatto che gli enigmi appaiono estremamente intuitivi e allo stesso tempo ben elaborati, forse non come in passato, ma sicuramente ancora appaganti e stimolanti. Va detto che la possibilità di interagire parzialmente con la struttura dei colossi tramite una mappa “3D” conferisce al tutto una freschezza di design che non si respirava da tempo.
In altre parole Breath of the Wild, nonostante gli innumerevoli cambiamenti, riesce a mantenere tutto lo spirito zeldiano dei vecchi capitoli in una nuova veste, forse ancora più complessa. Infatti, nonostante risulti più accessibile per ciò che riguarda gli enigmi, si nota che la difficoltà generale dei nemici e la profondità del nuovo combat system richiederanno al giocatore un maggior uso della materia grigia (e non il grinding selvaggio senza criterio).

Sì, MA LA “CRAFIKAH”?1!1?

I dettrattori, almeno quelli in apparenza un po’ più assennati, non potendo obiettare nulla sulle meccaniche di gioco, negli ultimi mesi hanno concentrato le loro critiche sul comparto tecnico, più precisamente sulla grafica. Ma Breath of the Wild è
davvero così brutto? Inutile nascondersi, ci sono degli elementi  da prendere in considerazione. In primis il motore grafico è stato sviluppando tenendo in conto le potenzialità di Wii U (quindi non di Switch, come erroneamente si pensa), una console che ha sul groppone oltre 4 anni. La cosa si traduce in una grafica generale costituita da un essenziale numero di poligoni e un framerate che cala nelle azioni più concitate (ma mai nulla di estremamente grave, soprattutto dopo aver installato la patch
del day one). Anche l’aliasing non è dei migliori, ma nulla di diverso da quello che ci hanno abituato le console negli anni.
Tuttavia, dove i limiti tecnici si fanno sentire, Nintendo è riuscita ad ovviare il tutto dando grande risalto all’estetica. Ebbene, negli ultimi anni siamo stati abituati a concepire l’aspetto grafico come un mero esercizio tecnico breath of the wildatto a spremere al massimo le nostre schede video in favore solo prestazioni performanti. Ma non sono in realtà le texture in Ultra HD o la mole poligonare a fare un titolo bello graficamente, è lo stile usato e la cura dei particolari che vanno ad arricchire l’estetica generale. Inoltre il motore grafico dev’essere solido per le meccaniche di gioco proposte dal singolo titolo. Zelda: Breath of the Wild è di fatto il primo VERO open world, perché il mondo finalmente
è vivo, pulsante, non è un semplice aggregatore di side quest. E questo, tra l’altro, richiede memoria, duro lavoro; non si realizza certamente con tre script fatti a casaccio. Basta vedere com’è stata implementata la fisica degli oggetti, sempre in perfetta sintonia con l’ambiente di gioco. O l’interazione tra i vari elementi, cosa che genera un enorme numero di situazioni differenti tra loro e svarianti animazioni extra. Quest’ultime inoltre appaiono sempre perfette e prive di ogni sbavatura.
Inoltre, il gioco propone scenari estremamente vari ed evocativi, arricchiti da un uso della palette e di effetti luce di gran classe. E’ impossibile non rimanere estasiati nel vedere Link avvolto nell’erba tra la brezza di un soleggiato pomeriggio, oppure godersi il design del villaggio Calbarico, o ancora guardare il panorama dalla più alta e gelida vetta di Hyrule. Nintendo ci ricorda che la grafica è principalmente una questione di estetica: ci inebria in uno scenario denso di particolari capaci da soli di stimolare la sensibilità che è in ciascuno di noi. Perché sono proprio i particolari – quelli più sfuggevoli – che contraddistinguono l’opera d’arte dal mero “esercizio di potenza”. E su questo ogni buon sviluppatore dovrebbe concentrarsi, perché l’occhio umano si abitua velocemente ad una mole sempre maggiore di poligoni e texture, facendo apparire datato qualsiasi passo indietro, ma rimarrà sempre piacevolmente incantato quando gli verrà proposto qualcosa di unico e ricercato. Per questo motivo Zelda: Breath of the Wild sarà ancora esteticamente piacevole tra 20 anni, a differenza di altri titoli che rincorrono il fotorealismo senza nessun tocco particolare, senza la magia della ricercatezza stilistica, senza la voglia di essere unici, ma solo di passaggio.

SINFONIE ARCAICHE

Nintendo ha curato ogni aspetto della propria opera e da bravi giapponesi hanno dato grande risalto anche al comparto sonoro. L’equilibrio sopraffino – fatto di silenzi, musiche accennate ed effetti ambientali – proposto in Breath of the Wild è estremamente evocativo, capace di breath of the wildfar calare il giocatore in modo totale nel mondo di Hyrule.
A differenza con il passato, i temi sono meno preponderanti, come giusto che sia per la nuova struttura open world. In ogni caso, seppur lontana dalle conosciute e bellissime pompose fanfare del passato, in Breath of the Wild la musica è quasi totalmente guidata da un pianoforte che nei momenti decisivi lascerà lo spazio a temi orchestrali impeccabili, e in altri momenti a divagazioni dal gusto prettamente sperimentale o folcloristico (a tal proposito segnaliamo il tema “Guardian Battle”, diventato già tra i brani più iconici della saga). Una soundtrack davvero coraggiosa, che si distacca nettamente dal passato, ma in grado di toccare nuove corde, di farci respirare tutta quella brezza che il titolo porta con sé. Menzione speciale pure per il doppiaggio, che per l’occasione esordisce anche in italiano. Il risultato è ottimo, molto anime-oriented (come del resto l’intero prodotto); anche se non va a sostituire completamente i famosi “spasmi” tra un dialogo e l’altro che hanno caratterizzato la serie. Nei momenti clou la presenza di un doppiaggio è comunque in grado di arricchire la scenografia e la narrazione del gioco, aggiungendo ritmo e pathos.

Valutazione

Grafica 100%
Sonoro 100%
Giocabilità 100%
Carisma 100%
Longevità 100%
Final Thoughts

The Legend of Zelda: Breath of the Wild rappresenta quello che è stato The Legend of Zelda trent'anni fa e quello che fu Ocarina of Time sul finire degli anni 90: un titolo imprescindibile. Un prodotto curato fino nei minimi particolari, capace di rilanciare non solo un'intera serie, ma di far progredire meccaniche di gioco ferme almeno da 10 anni. E' chiaro a tutti che dopo l'avvento Breath of the Wild sarà impossibile per ogni open world tornare indietro: Nintendo ha fatto evolvere ancora una volta il panorama videoludico, riuscendo non solo a incantare sul versante delle meccaniche di gioco, ma anche su quello tecnico/artistico, regalando un prodotto soave, un'opera videoludica che abbraccia la poesia e la delicatezza, ma che mai dimentica le origini del media su cui appoggia tutte le sue fatiche, del suo linguaggio - quello della giocabilità, di farci tornare il piacere di fantasticare, di accendere l'inventiva, di non essere semplici spettatori di una narrazione, ma di poter interagire con essa in modo profondo ed appagante. Nintendo ancora una volta riporta dignità al videogioco, delineando in maniera chiara e coincisa le differenze che passano tra un prodotto ludico e un film, senza per questo rinunciare ad entrambe le cose, regalando un'opera di una sensibilità incredibile, qualcosa di davvero maturo in un panorama che spaccia dozzine di titoli tutti uguali da giocare, vedere e scoprire come evoluzione del media. Zelda: Breath of the Wild ha in sé l'essenza di un libro, si gioca come il più classico dei videogiochi e si ammira come il miglior degli anime.

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