the silver case PC, PS4, Recensione

The Silver Case – Recensione


Grasshopper Manufactures

Sviluppatore

NIS

Publisher

Visual Novel

Genere

Sbarca anche su Play Station 4 l’interessante remake del debutto dei Grasshopper Manufacture, nonché opera prima di Goichi Suda nel team giapponese.

SUDA O NON SUDA?

Era il 1999 quando in Giappone uscì The Silver Case per la prima Play Station, titolo destinato a rimanere oscuro in occidente fino all’anno scorso, quando approdò il remake su Steam. Ad oltre un anno di distanza l’opera di Grasshopper Manufacture torna all’ovile in una conversione per la quarta console Sony.
Inutile girarci intorno, The Silver Case negli ultimi anni ha attirato l’attenzione su di sé perché rappresenta il primo lavoro di the silver caseGoichi Suda insieme allo storico team Grosshopper Manufacture. L’autore – che si fa chiamare Suda51 – ha conosciuto la sua consacrazione in occidente con opere del calibro di Killer7, No More Heroes e Killer is Dead. Tuttavia l’impronta action dal look stravagante di questi titoli non è l’unica faccia dello sviluppatore giapponese: infatti, ne esiste anche una più intima e meno “marketizzata”, che risponde a due prodotti estremamente di nicchia – Flower, Sun, and Rain e il nostro The Silver Case.
Quindi è bene fare da subito chiarezza: se vi aspettate da The Silver Case azione adrenalinica, personaggi stravaganti, immediatezza, gore e il surrealismo tipico delle sue opere più famose, siete in una direzione sbagliata. Usate la vostra PS4 per buttarvi online nella mischia con l’ottimo Let it Die. The Silver Case è una visual novel, neanche troppo immediata e dal gusto retrò, che fa del minimalismo tecnico il suo marchio di fabbrica e della narrazione la sua unica ragione di esistere. Preparatevi ad ore e ore di muri di testo (tutti rigorosamente in inglese) e pochissima interazione, spesso anche indesiderata.

IL VENTIQUATTRESIMO DISTRETTO

La storia di The Silver Case si suddivide in due macro-parti chiamate Transmitter (scritto da Goichi Suda) e Placebo (scritto da Masahi Ooka e Sako Kato), entrambe sono ambientate in una futuristica metropoli giapponese alle prese con la sovrappopolazione e crimini di ogni genere. L’area della città è così espansa da contare ben 24 distretti, dove la task force locale deve destreggiarsi per debellare il crimine.
the silver caseNonostante il plot non sia così originale, la narrazione si svolge in maniera accattivante e non manca un gusto ricercato e sopra le righe, sia per il capitolo Transmitter, sia per Placebo; anche se nettamente differenti tra loro, garantiscono una continuità ed un alto livello di suspance e caratterizzazione dei personaggi fine del gioco. Il tutto è condito con una veste grafica prevalentemente fatta di immagini fisse “sparse” per lo schermo; lo stile è sicuramente suggestivo – molto retrò – ma un maggiore impegno avrebbe conferito un pathos decisamente meno piatto.
Lo stile “paga” gli anni ’90 anche riguardo le musiche. Dalla palpabile atmosfera noir, non mancheranno di accompagnarci con temi accattivanti e mai banali, purtroppo spesso sovrastati da effetti sonori decisamente fuori luogo. In ogni caso la regia di The Silver Case funziona bene, una volta accesa la console si entra in un mondo parallelo estremamente malato, ma dove è anche possibile vederci di riflesso il nostro. Un’opera a metà tra fantasia e la più spietata realtà che ci ricorda. Nei suoi interminabili dialoghi, tra le righe, sembra quasi sussurrarci che i mostri non sono solo per le strade, ma albergano anche dentro noi stessi.

LUDICAMENTE PARLANDO

the silver caseSe la storia in sé ha un valore indiscusso, lo stesso non si può dire delle fasi prettamente ludiche. Il gioco appare lento, macchinoso ed estremamente noioso. Poca è l’interazione con gli ambienti in una discutibile visuale 3D in prima persona; troppe invece sono le magagne che risiedono negli enigmi, ripetitivi e inutilmente riproposti fino allo strazio. A tutto questo si aggiungono scelte estetiche non sempre riuscite ed effetti sonori troppo invasivi, riguardo a quest’ultimi è impossibile non aver l’istinto di strapparsi i timpani con un cavatappi dopo intere ore costretti ad udire l’incessante battito della macchina da scrivere, in ogni singolo dialogo. Sicuramente le visual novel vivono al confine con il mondo videoludico, ma qui si sono davvero impegnati per rendere la breve parte ludica un supplizio più che un arricchimento narrativo.

Valutazione

Grafica 68%
Sonoro 70%
Giocabilità 58%
Carisma 77%
Longevità 77%
Final Thoughts

The Silver Case rimane ancora oggi un'opera affascinante e dal gusto ricercato. E' una mosca bianca in un mercato sempre più incentrato verso la massificazione del media, ma è anche distante dalle opere con cui abbiamo imparato a conoscere il buon Suda51. Anzi, verrebbe da dire che il miglior modo per approcciarsi alla fatica di Grasshopper Manufacture sia proprio quella di dimenticarsi del suo eccentrico game designer e focalizzare la propria attenzione solamente nell'intrigante storia. Vero fulcro di tutto il pacchetto, purtroppo non pienamente riuscito per colpa di scelte di design discutibilissime e una cura non eccelsa per quanto riguarda il comparto tecnico. Tuttavia, a livello narrativo è coinvolgente.

Overall Score 70%
Readers Rating
0 votes
0

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.