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Death Stranding, un anno dopo: Una riflessione post-Covid


Death Stranding. È possibile parlarne senza parlare del suo creatore, Hideo Kojima? No,  non è possibile. Il motivo sta nel fatto che l’hype che si è generato intorno questo gioco fin dal suo annuncio è legato indisputabilmente a colui che l’ha ideato. Vedere cosa avrebbe tirato fuori dal cilindro l’autore di una saga leggendaria come Metal Gear ha incuriosito tutti: i fan per fiducia, tutti gli altri per curiosità. 
Io sono un fan di Kojima. Lo metto in chiaro fin da subito. Considero Metal Gear Solid un capolavoro che ancora oggi è capace di far mangiare la polvere a molte produzioni attuali, ma ciò non vuol dire che debba per forza considerare Kojima un dio. Anche lui sbaglia, eccome se sbaglia, ma credo che sia indiscutibile il fatto che il suo lavoro abbia influenzato l’industria videoludica in modo profondo. Il genere stealth, anche se non fu inventato da lui, fu però codificato così come lo conosciamo dalle sue opere. Non parliamo poi della cura posta sul lato tecnico: difficile incappare in dei bug in un suo titolo.
Come non riconoscergli poi di essere stato uno dei primi ad introdurre una trama matura e complessa all’interno di un gioco d’azione? Trame tra l’altro capaci di trattare temi come la guerra, il controllo dei media sulla società e sulla libertà individuale, il tutto narrato con uno stile che unisce la cinematografia occidentale al gusto per l’esagerato tipico dell’animazione nipponica. 

Death Stranding
Un uomo talmente preso dalle sue idee da farsi fermare all’aeroporto con il modello in scala di una sua creazione… rischiando anche l’arresto.

Checché se ne pensi insomma, Kojima è una delle figure di maggior spicco nel campo dei videogiochi ed è stato solo naturale che all’annuncio di un suo nuovo lavoro si scatenasse il delirio. Per i motivi che abbiamo detto sopra certo, ma anche perchè, dopo tutto il torbido attorno alla lavorazione di The Phantom Pain, l’uscita di Death Stranding ha assunto per molti, e anche per il sottoscritto, l’aspetto di una sorta di prova del 9. Se questo “lavoro solista” si fosse rivelato deludente, questa volta non ci sarebbe stata nessuna scusa. Nessuna Konami da additare, nessuna controversia: la responsabilità sarebbe stata tutta sulle spalle di Kojima.
Mi sono dunque avvicinato a Death Stranding con uno stato d’animo piuttosto inquieto. Ero diviso tra la voglia di provare la nuova opera di uno dei miei game designer preferiti e il timore che provandola avrei avuto la conferma che forse sì, Phantom Pain non era stato altro che l’inizio del declino di una leggenda. E dopo aver giocato e rigiocato Death Stranding consapevole che oramai il tempo per scrivere una recensione “a caldo” era stato abbondantemente superato, ho iniziato a maturare l’idea di scrivere questo articolo. E poi è arrivato il Covid – 19…
Che tempismo. Incredibile davvero. Quasi profetico. È impossibile non notare i parallelismi fra la realtà che siamo costretti a vivere oggi, e quella in cui si svolge la storia del protagonista Sam Porter Bridges.
Death Stranding è ambientato negli Stati Uniti d’America, di un futuro molto prossimo, o meglio, in quelli che una volta erano gli Stati Uniti d’America.  Sia dal punto di vista politico che dal punto di vista geografico infatti il paese è stato letteralmente devastato da un’immane cataclisma che ne ha cambiato per sempre l’aspetto: un evento chiamato Death Stranding. Non si sa molto sulla natura di questo fenomeno, ma i suoi effetti sono sotto gli occhi di tutti: l’ecosistema ha subito degli sconvolgimenti immani, una strana pioggia che fa invecchiare tutto ciò che tocca cade dal cielo senza alcun preavviso e strane creature invisibili si aggirano ovunque pronte a ghermire chiunque gli si avvicini. Costretti a vivere distanti per evitare il ripetersi di altri disastri, gli esseri umani rimasti fanno affidamento sui corrieri della Bridges, un’organizzazione che ha come obiettivo quello di “riconnettere” gli Stati Uniti attraverso l’utilizzo di una speciale rete informatica, denominata Rete Chirale. Ricorda qualcosa? 

In un mondo dove il contatto non è più possibile, la gente vive separata, evitando il contatto col prossimo. Eppure qualcuno deve far andare avanti la giostra. Sempre.

In quanto Corriere lo scopo del giocatore è quello di garantire gli approvvigionamenti fra i vari avamposti e fornire ai sopravvissuti tutto il necessario per sopravvivere e fornirgli i mezzi per partecipare in maniera attiva al progetto della Bridges. Ognuno dei sopravvissuti può difatti contribuire fornendo dei servigi esclusivi, si traducono solitamente in nuovi equipaggiamenti e potenziamenti. Molti di questi sono totalmente accessori, ma servono a semplificare e a volte non di poco, l’attraversamento di certi terreni. Lo stesso scopo hanno le varie strutture costruibili dal giocatore e che, dal momento in cui vengono costruite, diventano patrimonio anche degli altri giocatori. Cosa vuol dire questo? In pratica una volta costruito qualcosa come ponte o un punto di ricarica per le batterie dei veicoli o degli esoscheletri in dotazione a Sam, questo diventa visibile anche sulla mappa di qualcun altro e può essere da lui utilizzato. I giocatori dunque collaborano senza mai incontrarsi direttamente, ma “a distanza” e spesso anche in maniera totalmente involontaria. Come è possibile questo? Vi faccio un esempio: state attraversando un valico montano particolarmente impervio e in quel momento l’unico modo per proseguire è costruire una struttura che vi aiuti a proseguire. Non lo avete fatto volontariamente, l’avete fatto solo per voi stessi, ma senza saperlo avrete magari fornito un’ancora di salvezza a qualcuno nella vostra stessa posizione. Se cosí sarà, riceverete un feedback sottoforma di like e sapete cosa? Vi sentirete gratificati dall’aver aiutato qualcuno e inizierete a cercare di costruire le vostre strutture in punti utili anche per gli altri. È questo l’elemento piú particolare di Death Stranding: il suo focus sulla collaborazione, non come intervento diretto, ma come utilizzo delle proprie risorse personali per aiutare anche chi non vediamo o non arriviamo mai a incontrare di persona. Anche gran parte della narrazione si svolge in questo modo. Salvo rarissimi casi, tutte le interazioni con i vari comprimari avvengono sempre a distanza, con l’ausilio di ologrammi o comunicazioni in stile “codec”. Ricorda qualcosa? Un gioco che si basa sulla collaborazione tramite l’uso della “Rete”, dove i contatti fisici sono ridotti al minimo e il trasporto di merci è affidato a corrieri che si fanno carico di affrontare viaggi in un mondo dove non è più sicuro spostarsi liberamente. Di nuovo, ricorda qualcosa?

Già in Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty Kojima era riuscito a “predire” il futuro, dandoci una visione quasi profetica di quali sarebbero stati i temi scottanti dell’evoluzione della comunicazione e dei media. Temi che oggi sono più attuali che mai.

Se non fosse che Kojima è solamente uno sviluppatore di videogiochi e non un agente segreto/ricercatore governativo delle basi megasegrete, verrebbe quasi da pensare che sapesse dell’imminente pandemia. È quasi profetico no? L’evento “apocalittico”, gli spostamenti difficili, l’improvvisa importanza dei corrieri. Trovo particolarmente interessante soprattutto quest’ultimo punto. Riflettiamoci assieme: negli ultimi anni Amazon e altri aziende sono state al centro di numerose polemiche a seguito di lamentele da parte dei loro dipendenti riguardanti le  condizioni in cui sono costretti a lavorare. In particolare si è parlato di turni massacranti e rimproveri umilianti nel caso non si riesca a terminare un determinato numero di consegne. Purtroppo pare che al centro di tutto ci sia una legislazione poco chiara che non permette di inquadrare il corriere in una categoria ben precisa, lasciandoli sprovvisti di tutele sindacali. L’argomento è tornato recentemente alla ribalta proprio per via del Covid-19: in pieno lockdown i corrieri sono stati dipinti come veri eroi e si è tornato a discutere delle loro condizioni lavorative. E se ci pensiamo in effetti la loro vita durante quei mesi di blocco totale deve essere stata molti simile a quella del nostro caro Sam Porter Bridiges. Una mole di lavoro imponente (per via della ri/scoperta del’e-commerce), strade deserte in maniera surreale e la possibilità di rimetterci la salute a causa di un nemico invisibile, ma sempre presente. Proprio come i “mostri” di Death Stranding. 

Death Stranding
Sam alle prese con le minacce del suo mondo in una artwork del gioco. Ora guardo con occhi diversi quei maledetti “globi”.

Noi tutti abbiamo visto queste persone lavorare. Le abbiamo viste arrivare di fronte alle nostre case e lasciare giù i pacchi di merce che avevamo ordinato comodamente stando al sicuro nelle nostre abitazioni. Poi li abbiamo visti ripartire con chissà quanta roba da consegnare ancora. Non so voi, ma, io a vedere quella gente non potevo fare a meno di provare una sorta di senso di colpa. Perché erano fra i pochi ad essere la fuori. Se guardiamo da un altro punto di vista certo, c’era anche da invidiarli. In fondo loro continuavano a lavorare giusto? Mentre la gente veniva licenziata o aspettava la cassa integrazione per mesi, loro potevano contare su un salario sicuro. Ma, domandiamocelo, un salario adeguato? Io non penso. Gli stipendi dei corrieri non sono adeguati in tempi normali, figurarsi durante l’apocalisse.
E quindi sì, per me quella gente era da ammirare. E so che parlare di eroi sembra sempre un’esagerazione, ma se ci pensiamo questa gente ci ha permesso di continuare a vivere quasi con gli stessi agi di sempre, grazie alle loro consegne. Molte volte ci han permesso di procurarci proprio quello che ci serviva per uscire a fare quelle poche cose permesse e necessarie, come fare la spesa.
È quindi noi, proprio come le comunità di sopravvissuti e i prepper di Death Stranding siamo stati forse per la prima volta, tutti connessi da questa esigenza che ci fosse qualcuno la fuori a procurarci ciò di cui avevamo bisogno. E questo è stato possibile grazie ad internet, che, come la rete chirale rappresenta l’apice della nostra tecnologia. Quello stesso internet che molte volte viene utilizzato per creare barriere con discussioni e polemiche sterili, ma che è nato con un unico scopo: connettere. Non dobbiamo mai dimenticarlo. 
Per questo penso che Death Stranding, nonostante i suoi difetti, nonostante non fosse quello che ci aspettavamo, sia importante: perché ci ha insegnato che in questo mondo si è più forti assieme, e che anche lo sforzo di un singolo può creare legami in grado di superare lo spazio e il tempo.
E per questo messaggio dobbiamo ringraziare ancora una volta Kojima-sensei.

Keep on, keep it up!
 
Hideo Kojima

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