Roar of Revenge Recensione – Il rutto della vendetta

- Roar of Revenge Recensione – Il rutto della vendetta

L’eroico team torinese SEEP torna alla carica con un nuovo titolo dal sapore retrò: Roar of Revenge.
Lo stile Rastan si conferma ancora fresco? Scopriamolo nella consueta e inquietante fase recensoria.

Muscoli!

Roar of Revenge è un action/platform vecchio stile in cui controlleremo il pompatissimo barbaro Keel, alle prese con la pericolosa avventura di turno: al nobile fin di riportare la pace nel regno di Arkaz (XD), il nostro eroe dovrà raccogliere una serie di divini e fantasticissimi artefatti per poter finalmente affrontare il malvagio (ma sfigato) Leomhann e mettere la parola f@*c§£o al suo dominio di terrore. Tutto ciò un pure stile 2D vintage, per innescare fomento nello spirito dei retro-maniaci lontani e vicini, e di tutte le età.

Più muscoli!

Il succo del gameplay di Roar of Revenge si potrebbe sintetizzare come un Rastan con le movenze di Faxanadu. Il gioco è de facto un side scroller bidimensionale in cui il nostro eroe andrà da manca a destra menando i nemici evitando che accada l’esatto opposto – cosa, tra l’altro, piuttosto facile, vista la velocità con cui la lifebar va giù…ma comunque meglio dei giochi in cui la lifebar non c’è proprio.
Oltre all’attacco base, dopo alcuni livelli potremo ottenere un attacco magico, con un determinato numero di “proiettili” ricaricabile esclusivamente ai checkpoint; stesso vale per il refill dell’energia – senza fronzoli, Roar of Revenge non implementa alcun tipo di inventario o modalità dei gestione del personaggio. Si salta (tranne che nel primo livello), si mena, si ripetono le operazioni.
A tal proposito, il ritmo del gameplay di Roar of Revenge viene spezzato da sezioni alternative, in volo o sott’acqua, di vario livello di riuscita e intrattenimento – nello specifico: carina la prima, memore del primo TMNT su NES la seconda (e no, non è un complimento).

MUSCOLISSIMI!

Nonostante la semplicità di base, Roar of Revenge riesce a intrattenere con successo proprio grazie alla semplicità della formula: abbiamo un action/platform semplice e diretto, con poche sezioni tendenti all’esplorativo, che vuole farci fare un tuffo nello stile retrò senza pretese o fronzoli bizzarri. Nei panni di Keel siamo chiamati a tirare mazzate e lo facciamo con gusto, con una curva della difficoltà “vintage” seppur mai pretenziosa o artefatta. Rimane qualche piccolissimo dubbio sulla gestione delle collisioni, a nostro avviso leggermente a favore dei nemici (complice la posa plastica del protagonista), nonché sulla mancanza di alcune misure di quality of life, come la presenza di diversi slot di salvataggio (visto il fatto che il finale sarà influenzato dal numero di decessi in-game).

Di tutto un po’

Sotto il profilo tecnico, Roar of Revenge si muove abbastanza bene. La palette di colori “d’epoca” rievoca bene la qualità visiva di un tempo, senza però essere (eccessivamente) lesiva per le cornee come accadeva sui monitor d’antan. I controlli funzionano bene, rendendo il gioco fruibile anche da tastiera senza troppe bestemmie aggiuntive. Sobrio il sonoro – un pelo sotto a quanto visto in alcune produzioni precedenti del team torinese, ma comunque di buon livello e capace di essere evocativo al punto giusto, in linea con lo spirito del gioco.

 

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