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Gris, Recensione – Alla ricerca del colore perduto


Un universo a pezzi, totalmente grigio. È questo il mondo della muta protagonista di Gris (in spagnolo “grigio”, appunto), gioco di debutto della Nomada Studio coraggiosamente pubblicato da Devolver Digital. Gli sviluppatori sono specializzati in illustrazione e pittura, e osservando Gris ciò non può che saltare immediatamente agli occhi. Non ci sono dialoghi né scritte: tutto è soltanto e puramente visivo.

RITROVARE I COLORI

Il pensiero di fondo di Gris è semplice ma efficace: procedendo nella storia, torneranno lentamente i colori a dare vita a sfondi e architetture. Lo stile è raffinatissimo, nessun dettaglio è tralasciato. Gris è un viaggio nel dolore e nell’accettazione dello stesso, una metafora di quello che si deve affrontare per veder riapparire le sfumature perdute. Non sappiamo nulla della storia e del passato dell’eroina, ma possiamo intuire che abbia a che fare con qualcosa di spezzato e di amaro che sta faticosamente tentando di ricucire.

Il gioco si apre con un menù semplicissimo a schema circolare. Avviato, parte una sequenza animata che vede la ragazza, vestita di un lungo mantello, seduta nel palmo della mano di un’enorme statua di pietra che raffigura una donna, forse lei stessa. Mentre canta la voce non riesce più a uscire dalla gola, si blocca, la statua si sgretola. E lei cade, cade giù, sempre più giù attraverso un cielo sconfinato, mentre accanto incominciano a scorrere i titoli di testa. Basterebbe questa sequenza per dare i brividi, ma c’è molto di più. Una volta arrivata a terra, l’universo circostante è appena una bozza incolore. Starà a noi dipingerlo nuovamente dei suoi quattro colori, corrispondenti ai quattro livelli (per una durata complessiva di circa tre ore di gioco): rosso, verde, blu, giallo.

Gris è un platform 2D a scorrimento laterale molto intelligente, che va complicandosi ludicamente e visivamente man mano che si procede. La ragazza che dà il nome al titolo si muove attraverso i livelli collezionando delle sfere di luce simili a stelle, che in numero adatto porteranno al progredire dell’avventura e all’evoluzione di determinate capacità. Gris non è difficile, ed è senza dubbio molto intuitivo: ma va ricordato che semplice non significa affatto semplicistico. D’accordo, non si può morire e non si torna mai al punto di partenza. Gli enigmi e i puzzle da risolvere, però, sono gestiti in modo estremamente ingegnoso, spesso andandosi a combinare tra loro una volta che se n’è scoperta la meccanica interna. Le abilità si modificano o, meglio, risolvono problemi nuovi. Ad esempio, trasformarsi in un blocco di pietra può distruggere elementi fragili rivelandone il contenuto oppure far sì che il vento non ci trascini via. È il gioco stesso a guidare nella giusta direzione, in modo sottile e spontaneo. I nostri strumenti hanno a che fare con tutti e cinque i sensi, con gli elementi della natura. Quello di Gris è un mondo vivo in ogni sua parte, dove ogni elemento ha uno scopo e interagisce con l’altro. Le animazioni sono incredibilmente fluide, in alcuni punti sembra letteralmente di star giocando a un film d’animazione.

Ogni singolo fotogramma è un dipinto ad acquerello minimalista partorito dalla mente del pittore Conrad Roset. I mondi attraversati, come in un sogno su carta, capovolgono la gravità o presentano pozzi profondissimi che portano in luoghi totalmente diversi dai precedenti. Livelli fatti di strutture galleggianti, torri nel cielo, palazzi subacquei, strutture di ghiaccio, ingranaggi rotanti che sembrano usciti da un lungometraggio di Miyazaki, terrificanti mostri d’ombra. La medesima attenzione è dedicata alla colonna sonora, curata dal gruppo polistrumentale Berlinist. Non soltanto la musica, ma i suoni in generale danno un’ulteriore carica di bellezza e di efficacia a questo titolo. Il rumore dei passi nel deserto, l’acqua che viene spostata mentre si nuota, il vento che soffia implacabile, il ghiaccio sotto i piedi. E persino i silenzi, altrettanto fondamentali nel suggerire un senso di solitudine e smarrimento.

IL VIDEOGIOCO COME ARTE

Infine, una breve riflessione. Gris si è inevitabilmente trovato al centro, sin dalla sua uscita, dell’ormai classico dibattito sul videogioco come opera d’arte (o meno), ed è stato per esempio paragonato a titoli come il noto Journey.

Spesso in questo tipo di discussioni, si fa leva sulla parte prettamente grafica o emotiva, sull’alto valore della narrazione o sulla bellezza delle musiche. Tuttavia ci si dimentica di frequente che a rendere valida la tesi dovrebbe essere l’interattività in sé, cioè la specificità dei videogiochi rispetto a qualsiasi altro mezzo artistico. Dovrebbe essere la giocabilità o, almeno, soprattutto quella, a veicolare un senso di valore e di bellezza.

Gris riesce in questo: nel rendere arte e messaggio i gesti, le azioni, il gameplay stesso. Il senso, pur metaforico, sta nel visuale e nel sonoro tanto quanto nell’interattività. La storia della protagonista è in quello che vede, ma soprattutto in quello che fa, nel modo in cui utilizza il proprio corpo e gli elementi circostanti. Gli enigmi non sono fine a se stessi, ma sono il tentativo costante di recuperare la propria voce, di superare gli ostacoli con ogni mezzo a disposizione. Come nella vita reale, cresce e matura.

Ed è proprio per il suo rendere centro ogni atto che riesce a portare a numerose interpretazioni possibili e a commuovere profondamente.

Valutazione

Grafica 99%
Sonoro 99%
Giocabilità 85%
Carisma 85%
Longevità 70%
Final Thoughts

Gris è un titolo delicatissimo, malinconico ed emozionante. Raramente il mondo videoludico ha avuto la fortuna di osservare una rappresentazione così efficace di dolore e riparazione. Non sarà il platform più longevo e complesso di sempre, ma è un’esperienza un’unica nel suo genere e non può che essere caldamente consigliata. Il comparto grafico e sonoro basterebbero a dargli almeno una possibilità. Se poi si riflette sul fatto che è il primo gioco mai realizzato dalla Nomada Studio, allora non si può che considerarlo un gioiellino e un piccolo prodigio, e incoraggiare lo studio spagnolo a continuare per questa valorosa strada. Ma per quanto il gameplay sia incredibilmente valido a trasportare, va ripetuto un’ultima volta, non può che essere il messaggio di fondo: la perseveranza necessaria che serve per ricostruire ciò che si è rotto, per far tornare il colore in una vita che l’ha perduto. In fondo, Gris non fa altro che dirci che recuperare il senso del bello è complesso, è un percorso fatto di enigmi, sconfitte e insidie. Ma è possibile.

Overall Score 87%
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