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Le Mille e una Fantasie Finali: Una piccola retrospettiva su Final Fantasy


Galeotto fu l’XBOX Pass. Ammettiamolo: l’offerta di lancio della Microsoft per il loro servizio di abbonamento era troppo golosa per lasciarsela scappare. Al prezzo di un cappuccino ti offrivano un carnet di giochi molto appetibili, tra cui anche quei titoli che hai sempre voluto provare, ma non ne hai mai avuto l’occasione. E così, dopo aver consumato No Man’s Sky e deciso che posso fare a meno di Wasteland 3, ho iniziato a sfogliare l’elenco per decidere come riempire le due settimane rimanenti… del secondo mese, perché vuoi non finire quella bella base che stavi costruendo sul pianeta ricco di Emeril Attivato? No, certo che vuoi. Magari… ecco… al secondo mese ti si sono sgretolati i ciglioni —no, non ho sbagliato a scrivere— di girare l’universo per raccogliere sassi e decidi di occupare diversamente le prossime due settimane.

“Hey! Pssst! Hey! Sono qui. Sai che sono
l’unico della saga che ti manca di giocare?”

“Si, lo sò. Statti zitto che magari ti compro più avanti.”

“E se poi non ti piaccio? Sai che non ti ho mai convinto.
Sono qui, adesso. Prendimi ❤”

Final Fantasy

E niente. Cinquanta gigabyte dopo stavo avviando per la prima volta Final Fantasy XV. Ma come in tutti i film più fighi e tamarri c’è sempre il momento del flashback proprio sul più bello che dà un senso al tutto.
Sono sempre stato un fan della saga di Final Fantasy. Ai tempi delle superiori ho sbavato ettolitri di saliva davanti ai trailer dell’ottavo: quello che fu il mio primo Final Fantasy, e il primo Final Fantasy, come si dice, non si scorda mai. Non pago dell’esperienza volli subito anche tutti gli altri. E d’altronde, se studi informatica e in tutta la scuola ci sono venti ragazze su mille studenti i videogiochi sono l’unica forma di intrattenimento facilmente reperibile, anche e soprattutto per vie traverse.
Non la faccio lunga: subito seguì il sette, poi fu l’era dei programmi miracolosi che ti permettevano di andare indietro nel tempo —if you know what I mean— e vennero tutti gli episodi per SNES in fila uno dietro l’altro. Il dieci tardò, così come il mio acquisto della PlayStation 2. Il nove fu una felice vacanza. L’attesa del dodici si fece sentire pesantemente dopo la delusione dell’undici. Il tredici tardò anche lui ben oltre la sua data di uscita; io e il quattordici ci frequentammo solo durante la Beta e il quindici è sempre rimasto lì, con quella sua faccia di merda.
All’annuncio, durante l’E3, ricordo distintamente che presi un’immagine dei Backstreet Boys e ci feci un meme appiccicandoci sopra il logo di Final Fantasy XV.

Final Fantasy

Perché che razza di FF è uno con solo maschi, tutti infighettati, con lo stesso character design, che passano il tempo ad andare in giro in macchina?
Suvvia, mi dico. Due settimane di Pass. Se fa schifo lo mollo, se no lo finisco in fretta e mi levo il pensiero. E sia: giro la chiave della Regalia. Sono subito più che spaesato. Un sistema di combattimento strano. Un mondo realistico? Dove sono i paesaggi mozzafiato fatti dagli ammirabili artisti della Square Enix? Che razza di Final Fantasy è questo?
No, caro mio. No! Non mi compri con la colonna sonora dell’ottavo nell’autoradio!
Eppure.
Una quarantina di ore più tardi, sto assistendo alla scena finale dopo i titoli di coda con il groppo in gola.
E veniamo finalmente al punto di questo spropositato ed egocentrico fiume di parole: il coraggio dei Final Fantasy.
Sarebbe facile mettersi qui a fare i bimbiminkia decidendo —e sottolineo, decidendo, ossia una cosa totalmente soggettiva e arbitraria— cosa sia un capitolo della saga Final Fantasy. Il gioco del “questo si, questo no, questo bello, questo merda” intasa qualsiasi discussione internettiana e lascia nell’aria un odore un po’ particolare. Anche il fare una classifica oggettiva risulta molto difficile perché è come paragonare giochi profondamente diversi che ovviamente vanno a toccare preferenze diverse.
La verità è che Final Fantasy è una delle poche saghe che ha quasi sempre evitato la comodità di sedersi sugli allori e riproporre lo stesso gioco con una nuova storia. Laddove tutti si accontentavano di adattare il sistema a turni alla propria ambientazione, oppure esploravano nuovi sistemi che hanno poi portato avanti nel corso degli anni (Seiken Densetsu aka Secret of Mana, oppure i vari Tales of, tra quelli più di successo), Final Fantasy ha sempre cercato di reinventarsi. Paragonare Final Fantasy XV e Final Fantasy VI con gli stessi criteri è ridicolo, lo è meno farlo con Tales of Phantasia e Tales of Berseria. Non che non siano cambiate le cose in vent’anni, ma si intravede il filo logico.

Sicuramente nell’universo Final Fantasy non mancano i comodi spin off e a onore del vero ci sono anche molti altri giochi che hanno provato a rimettere le vecchie meccaniche in discussione —non mi stancherò mai di menzionare quella novità totale passata completamente inosservata sotto il nome di The Last Remnant—, ma vivere di rendita per un marchio di successo come FF sarebbe molto facile. Non sto parlando della totale purezza di Square Enix, campano anche loro di soldi come tutti, sto parlando del mondo degli adulti in cui esistono sfumature e non solo il bianco e il nero della rete.

Final Fantasy XV è forse l’esempio più lampante di tutto questo. Si è fatto carico di responsabilità tutt’altro che scontate nel mondo dei videogiochi: un mondo in cui le persone girano in branchi e sono pronte a sbranare qualsiasi cosa gli procuri il minimo fastidio. Non si tratta solamente di aver, in qualche modo, per l’ennesima volta, rimesso in discussione il battle system come già nei capitoli precedenti (atb, job system, materia, junction, gambit, eccetera); non si tratta di aver avuto il coraggio di staccare di netto dall’ambientazione fantastica, quasi canonizzata; si tratta di aver coscientemente scelto una storia che in realtà funge solo da scenario ai quattro protagonisti. È evidente che gli autori sono ben consapevoli di quanto vaga e raffazzonata sia la trama, di come essa sia un miscuglio di pretesti per far vivere sentimenti ai protagonisti, ma è impossibile, se avete un cuore, non affezionarsi a Gladio, Noctis, Prompto e Ignis e all’alchimia tra loro. Il post credits di Noctis è una scena straziante dal punto di vista umano e che può condividere chiunque abbia vissuto abbastanza da sapere cosa significa dover compiere scelte difficili.

Final Fantasy

Non sto dicendo che è un capolavoro, ne è ben lontano, ma è un titolo molto coraggioso che riesce a fare magistralmente ciò che si prefissa: farvi empatizzare con i protagonisti. Perché alla fine, gira e rigira, ogni Final Fantasy cerca di fare solo questo: usare la sua chiave per entrarvi dentro. C’è chi usa i personaggi, chi usa la trama, chi usa le meccaniche, c’è chi usa la sorpresa e c’è anche chi è riuscito ad usarle tutte contemporaneamente. Ogni capitolo cerca la sua strada e la sua identità senza accontentarsi di ripercorrere quella precedente.
Basta guardarsi intorno per accorgersi di quanti giochi perdano di sapore già al quarto o quinto capitolo, se non prima. Non si contano i brand ormai stanchi che devono ricorrere ai reboot per aprire la finestra e cambiare un po’ di aria stagnante.
Siamo ormai alle porte della sedicesima Fantasia e io, dopo più di vent’anni, ancora non riesco ad abbandonare questa avvincente saga al suo destino perché ogni notte mi racconta una storia nuova ed emozionante.
Varrà pure qualcosa.

Final Fantasy

One more?

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