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Legrand Legacy: Tale of the Fatebounds – Recensione – Un revival ruolistico


Ultimamente, gli appassionati di giochi di ruolo sembrano avere buon pane per i loro denti, a prescindere da quanto detto dai soliti haters anti-genereacaso: a gettarsi – meglio, a tornare – nella mischia ci si mette anche Legrand Legacy: Tales of the Fatebounds, jrpg uscito l’anno scorso per PC che quest’anno ci diletta con una riapparizione consolara. Come sarà andata a finire?

Il fascino dei titoli lunghi?

Legrand Legacy: Tales of the Fatebounds è un jrpg sviluppato dallo studio indipendente Semisoft e pubblicato sotto etichetta Another Indie. Il gioco, giunto sul mercato via Kickstarter, si configura come un tributo al genere per come si presentava nell’era Playstation, tra combattimenti a turni e fondali pre-renderizzati.

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Vivremo questa lunga avventura vestendo i panni di Finn, eroe smemorato che da gladiatore in mutande si troverà coinvolto suo malgrado in una serie di eventi molto più grandi della sua portata – e, come prevedibile, con possibilità di fastidiosa distruzione planetaria. Sin dalle prime battute vedremo in gioco molti cliché, oscillanti tra il molto piacevole e il medio meh, culminanti in una storia che punta a tutto fuorché all’essere leggera.

Ventata d’aria vecchia

Il gameplay di Legrand Legacy: Tale of the Fatebounds rispecchia in pieno gli standard dei jrpg anni ’90. Sposteremo il nostro party (“compresso” nel modello poligonale del leader) attraverso scenari pre-renderizzati; si parla, si va in giro e si raccolgono info, tutto come ci si aspetta dal genere. Le varie località visitabili sono collegate dal consueto overworld; potremo visitare varie città e insediamenti abitati dove prepararci alle gite nei dungeon.

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Per quanto riguarda i combattimenti casuali, i programmatori hanno optato per la scelta dei nemici visibili e dribblabili: gli avversari sono rappresentati da pallozze nere fluttuanti, e una volta tamponate ci si sposterà alla schermata di combattimento (dove effettivamente scopriremo contro cosa cacchio stiamo per scontrarci). Gli scontri sono classici a turni, con le azioni da scegliere (attacco, difesa, skill, item, etc.) che poi vengono effettuate in base ai riflessi dei personaggi coinvolti nella lotta. Ogni attacco/difesa prevederà un QTE che influenzerà l’efficacia dell’azione stessa – una modalità che a nostro avviso aggiunge poco, ma che per fortuna potrà essere disattivata (avere lo stomaco di tenere i QTE porterà però a un piccolo bonus in punti esperienza). Per quanto riguarda la gestione del party, si nota con piacere la possibilità di dividere a piacimento i punti caratteristica ottenuti dopo ogni level up. Incrementare coppie/triplette di caratteristiche porterà allo sblocco specifico di alcune abilità attivate, dando una decenza strategica al tutto. In toto, risulta invece più (e quasi solo) macchinosa la gestione di inventario e crafting relativo.

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Dopo attente – e luuuunghe – riflessioni, abbiamo avuto l’impressione di essere davanti a un gioco difficile da recensire proprio per la sua capacità di fare “altalena” tra spunti interessanti e trituramento di balls. Alla fine della fiera, pare proprio che il problema di Legrand Legacy: Tale of the Fatebounds sia quello di applicare “a rovescio” il mix di elementi classici e nuovi – in parole povere, non si va a prendere esattamente il meglio di ogni epoca finendo per offrire un prodotto che, più che lasciarci senza parole, ci lascia al primo impatto con un colossale “boh”. Ed è francamente un peccato perché, mediamente nascosti sotto scene superflue, controlli alcoolici (cfr. par. sgg.) e meccaniche discutibili si nasconde una trama alla lunga – parecchio alla lunga – interessante, assieme a spunti misti piuttosto piacevoli che fanno capolino nel “mediume”. Consci di ciò, diviene dunque difficile capire “come” consigliare il titolo, visto il rischio di porsi trasversalmente sul fegato di numerose frange di giocatori: probabilmente a gradirlo saranno soprattutto i tifosi dell’era PSX, per i quali il prodotto ha effettivamente alcune buone carte da giocarsi. Di sicuro i giocatori più persistenti potranno apprezzare le doti del gioco che, dopo una carburazione diesel anche per il genere, dà discrete soddisfazioni.

Le solite note tecniche

Legrand Legacy: Tale of the Fatebounds offre qualche buono spunto tecnico senza però brillare eccessivamente. I fondali disegnati a mano (sul serio!) sono molto belli ed evocativi, con ottime scelte di colore e design; risulta interessante pure il design dei personaggi e di alcuni mostri, peccato però per la resa dei modelli 3D – alquanto legnosi e poco ispirati, che danno l’idea di personaggi dei giochi della Cryo incollati su un quadro d’autore. Molto buono il comparto sonoro, con musiche da fomento epico in stile “compilation classica per il salvataggio” del mondo – in media non originalissime, ma sempre evocative. Il sistema di controllo non convince molto: lo spostamento dei personaggi e l’interazione con cose/persone/città sono un po’ scivolosi e imprecisi – persino la gestione della scelta delle opzioni in combattimento lascia francamente a desiderare, con scarsità di precisione e cursori che pare vadano dove gli pare senza soluzione di continuità.

Valutazione

Grafica 69%
Sonoro 73%
Giocabilità 60%
Carisma 72%
Longevità 80%
Final Thoughts

Legrand Legacy: Tales of the Fatebounds "strappa" il voto che vedete per manifesta buona volontà che si esprime in una serie di spunti interessanti. E' un peccato dover notare come il gioco inciampi su alcune scelte di design fatte probabilmente durante una forte sonnolenza, mentre invece risultano essere molto più solidi altri elementi come la direzione artistica e la scrittura di alcuni personaggi.

Overall Score 70%
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