Nintendo Switch, Rubriche

L’insostenibile leggerezza del capolavoro


Scrivere recensioni per anni mi ha trasformato in uno stronzo, un giocatore perennemente diffidente e alla continua ricerca di un qualsiasi pelo nell’uovo; munito di calamita per scovare e ghermire l’ago nel pagliaio; attrezzato come un provetto odontoiatra per esaminare minuziosamente la bocca del cavallo donato. No, un pirla che gioca con i proverbi per dilettarsi di retorica lo ero già.
È inevitabile rovinarsi il divertimento quando prendi l’abitudine di sviscerare e analizzare tutti i singoli aspetti di un gioco in virtù di una valutazione finale; è patologico quando la vivi come una missione di vita e pretendi di fare un servizio all’umanità con la tua competenza. Ma lasciamo i miei problemi mentali ad altra sede.

L’occhio critico è spesso una cosa utile per non farsi illusioni e non cadere nelle idiozie tipo: “ai miei tempi tutto era più bello” oppure “non fanno più i videogiochi di una volta”. Aiuta a discernere le tue pretese personali dal prodotto in sé.
Eppure non stiamo valutando una cosa empirica come l’esattezza di un’equazione o l’assenza di bug, stiamo valutando un’opera comunicativa. Togliere il fattore umano ha ben poco senso.
Se ce ne fottesse qualcosa di semiotica potremmo far notare il ruolo attivo del giocatore che reinterpreta l’opera, trasformandola in qualcosa di diverso e di personale, ma a fingere di essere acculturato e formale mi sanguinano le ascelle. Preferisco ostentare zozzeria e umanità dicendo che, nella mia lunga carriera videoludica, ho amato tanti giochi che ad un occhio critico non potevano sembrare altro che “un dirigibile marrone, senza elica e timone”.

Un po’ era dovuto all’ingenuità delle prime esperienze, un po’ alle giuste corde che suddetti produzioni pizzicavano nel mio animo. Ormai succede molto raramente che un gioco riesca a prendermi come un tempo, ed è una cosa che mi vado a cercare masochisticamente ogni volta che testo quanto sia solida la scenografia. Come si può credere a Babbo Natale quando si fruga nell’armadio dei genitori per cercare i regali che dovrebbero essere nella slitta?

È più o meno con questa consapevole mestizia che ho approcciato Zelda Breath of the Wild.
Avevo alle spalle le acclamazioni di popolo e critica, mentre di fronte c’era il mio ego pronto a smontare l’ennesima, monumentale, costruzione fatta di script e poligoni.
I primi passi, infatti, hanno confermato tutto quanto. Citazioni dei vecchi capitoli, primo doppiaggio italiano, introduzione dello stealth, opinabili scelte di controlli, stile artistico a metà strada tra “chibi” e “realistico”… nulla di particolare: stavo risolvendo l’equazione.

E poi la Nintendo ha iniziato a fare il gioco pesante.
Invece di tediarmi con un tutorial enciclopedico della durata complessiva del Signore degli Anelli (versione estesa), ha iniziato ad istigarmi a fare vandalismi.
Prova ad incendiare l’erba. Ti ho detto che puoi tagliare gli alberi?
Spaesato, ho iniziato a cercare gli indizi velati che gli sviluppatori, solitamente, posizionano per indirizzarti verso ciò che avevano progettato. Il cordiale: “Smettila di fare cazzate, ascoltami mentre ti spiego le regole!”. Non li trovavo.
È stato l’inizio della fine.
Acconsento al vandalismo. Incendio l’erba e noto che le mele a terra si cuociono. Taglio l’albero e lo utilizzo per attraversare un burrone. Invece di trovare le classiche porte chiuse e confini insormontabili che delimitano la mappa iniziale, continuo a trovare posti da esplorare e montagne da scalare. Ogni cosa che tento di fare riceve un riconoscimento dal gioco e questo mi istiga a inventare. Nuovi dettagli mi balzano all’occhio. Un masso posto in bilico su di una scarpata che sovrasta un accampamento di nemici. Una torcia appesa sopra dei barili esplosivi. Nessuno mi parla, mi insegna, scopro le cose tramite l’esperienza. La creatività è una risorsa, tutto ciò che vedo è a mia disposizione. Dove ho già visto tutto questo? Ah già. È la vita.
Troppo tardi. Il sorriso sornione di Nintendo sfuma nei colori esagerati e fiabeschi del tramonto. Affascinato dai riflessi della luna sull’erba e dal fruscio delle foglie ho smarrito la strada nel bosco degli spiriti. Sono a Hyrule. Sono Link che si è appena svegliato e deve riscoprire sé stesso e il suo mondo. Non c’è più nessun gioco, nessuna scenografia. Sento Zelda implorarmi aiuto. Mi arrampico fino alla cima del monte e vedo all’orizzonte il castello avvolto nelle spire della Calamità Ganon. È minaccioso, inquietante, una promessa di morte. Ma è la mia meta.
Non mi servono flashback strappalacrime, dettagli di fotorealismo o colpi di scena mozzafiato. Mannaggia a Majora aspettami Ganon perché sto arrivando, e salverò Zelda per il motivo più semplice e inarrestabile che esiste: perché io sono Link!

Mi sveglio un centinaio di ore dopo (metaforico eh, ho ancora una vita reale grazie al cielo). Non ho finito il gioco, ma sono apparsi i primi barlumi di noia. Mi rendo conto di quello che è successo anche senza domandarmelo. So il motivo per cui Nintendo è riuscita a produrre un capolavoro. Non perché abbia creato qualcosa di esente da difetti o di esageratamente innovativo, ha “solo” fatto tutto quanto era in suo potere per strapparmi il controller di mano, ridurre il più possibile la differenza tra me e Link. Tecnicamente è evidente come l’ha fatto: istigandomi alla creatività, occupando la mia mente con l’apprendimento, punzecchiando l’attenzione con piccoli dettagli e abbagliandomi con una bellissima Hyrule. Ma questo è il senno di poi. Un ragionamento arrivato dopo. Il vero valore sta nell’esserci riuscita senza che io me ne accorgessi. Aver nascosto tutto con la limpida spensieratezza del divertimento, l’insostenibile leggerezza dell’essere, un capolavoro.


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