Resident Evil: Operation Raccoon City PS3, Recensione, Xbox 360

Resident Evil: Operation Raccoon City – Vintage Review


Piccola premessa.

Nell’esaltazione generale (condivisa appieno anche dal sottoscritto), per quel capolavoro che è Resident Evil 2, mi sono ricordato di non aver mai più caricato la mia vecchia recensione di Resident Evil: Operation Raccoon City. Perché è successo, e non bisogna dimenticare.


La saga di Resident Evil è composta, contando tutti i giochi della serie principale, gli spin off e i remake, da una ventina di titoli che spaziano fra i generi più diversi. Si parte dai Survival Horror, genere a cui appartengono – volendo contare Ø e Code Veronica – i primi 5 capitoli, passando per gli Sparatutto su rotaie della serie Survivor fino a giungere a titoli prettamente action come Resident Evil 4 e 5. Con Resident Evil: Operation Raccoon City – che da ora in avanti abbrevieremo in RE:ORC per questioni di comodità – il brand si spinge verso i lidi ancora inesplorati dello sparatutto in terza persona e lo fa, come si può intuire dal titolo, proponendo un’avventura ambientata nella più famosa città immaginaria della storia videoludica: Raccoon City, il luogo dove tutto ebbe inizio. Rispolverate dunque le vostre cartine della Città del Procione e preparatevi per un nuovo giro turistico a base di zombie e proiettili. Non dimenticate di portarvi il vostro disinfettante di fiducia e un deodorante per ambienti, visto che le strade pullulano di non morti in putrefazione. Ah, ma aspettate! Aspettate un momento… Non sono loro a puzzare di decomposizione…

Quattro carogne a malopasso

Il “Branco” difficilmente può essere scambiato per un gruppo con buone intenzioni

Iniziamo con la trama e i personaggi. I plot dei vari Resident Evil, perfino di quelli magari non particolarmente apprezzati da pubblico e critica, si sono sempre distinti perché farciti di eventi memorabili capaci di rimanere impressi nella memoria. Anche i personaggi, cattivi o buoni che fossero, si sono sempre distinti per carisma. Basti pensare a quel figaccione di Leon Kennedy, all’intrambontabile Barry Burton e il suo revolver, a Jill Valentine con la sua aria da regina dei morti viventi e all’ultraterreno Albert Wesker con la sua cattivissima pettinatura a spazzola. Tutti personaggi ormai entrati nell’immaginario collettivo del giocatore medio e sempre molto apprezzati dai fan. Prendiamo ora in esame la trama e i cosiddetti protagonisti di RE:ORC. Iniziamo col dire che questa volta si gioca nei panni dei cattivi. Al giocatore viene data la possibilità di impersonare un membro della U.S.S. ( Umbrella Security Service) un braccio armato della Umbrella composto da elementi altamente addestrati e specializzati in operazioni di “pulizia”. L’anno è il 1998, Raccon City sta affrontando l’epidemia che porterà alla sua distruzione e il vostro compito è quello di eliminare qualunque prova che possa anche solo suggerire un vago coinvolgimento della Umbrella nell’incidente che sta devastando la città. Il team U.S.S., soprannominato “il Branco”, è composto da 6 personaggi: “Lupo” Karena Lesproux, caposquadra, “Vector” (vero nome sconosciuto), esperto in ricognizione “Beltway” Hector Hivers, esperto di esplosivi, “Bertha” Michaela Schneider, medico, “Spectre” Vladimir Bodrovski, tiratore scelto,”Four Eyes” Christine Yamata, scienziata pazza. Nonostante i personaggi siano 6, in partita si possono portare solo 4 elementi che giocando in solitaria vanno scelti all’inizio di ogni missione in una schermata dove è possibile selezionarne abilità e equipaggiamento. Ognuno di loro è dotato di abilità uniche, utilizzabili in gioco tramite la semplice pressione di un tasto, che si rivelano molto utili per uscire da situazioni di estremo pericolo. Particolarmente interessanti quelle di “Four Eyes” la cui abilità con i feromoni fa si che sia in grado di assumere il controllo di zombie e B.O.W. per utilizzarle contro i nemici. Se dal punto di vista estetico e delle abilità i personaggi risultano ben distinti l’uno dall’altro, ad accomunarli c’è la caratterizzazione praticamente nulla. Nessuna frase memorabile, nessun comportamento particolare, nessun tratto distintivo. Nessuno di loro ha una personalità ben definita e le poche parole che dicono non bastano a farli rimanere impressi nella memoria; si può tranquillamente affermare che ci troviamo di fronte ai protagonisti più scialbi, smorti e privi di mordente mai visti in un Resident Evil. Non è importante che durante la trama la loro storia non venga approfondita, dopotutto ci troviamo di fronte a soldati “senza volto” impiegati in operazioni “black ops”, ma ci si sarebbe aspettati un po’ più di impegno per renderli “umani”. Tornando alla trama, come detto sopra, lo scopo del “Branco” è quello di far si che le responsabilità della Umbrella non vengano mai accertate. Questo significa distruggere ogni documento e uccidere chiunque sia in grado di proferir parola, eroi della saga compresi, ed e proprio quest’ultimo elemento – sbandierato ai quattro venti da trailer e sviluppatori- che avrebbe dovuto rendere indimenticabile il titolo. Uccidere Claire, impedire a Jill di fuggire, in definitiva cambiare la storia della saga, una prospettiva di certo esaltante per un qualunque fan della serie. Senza rivelarvi nulla, vi diciamo che in verità la campagna principale nella sua ridicola durata di appena 6 ore – tempo che si accorcia notevolmente giocando la campagna online con 3 amici – non riesce a sfruttare minimamente quest’idea, che sulla carta sembrava parecchio promettente, se non nel finale, dove è stato inserito un confronto decisivo con un celebre personaggio della serie, che appare comunque come improvvisato, messo li alla bell’è buona tanto per dire “Ecco, abbiamo mantenuto la promessa, non potete criticarci”. Giocando si sta sempre li ad aspettare un evento che smuova le acque, un guizzo in più che però non arriva mai. Le ore di gioco scorrono piatte e giunti ai titoli di coda ci si ritrova solo amareggiati. Un buon metodo per rendere ancora più irritante la campagna è quella di giocarla in single player. L’indecente I.A. che guida gli altri membri del “Branco” e che li spinge a lanciarsi da soli all’attacco o a correre allegramente verso le mine piazzate dai nemici riescono a rendere l’esperienza di gioco ancora più frustrante. Provare per credere.

Umbrella vs Umani vs Zombie


Uno scudo umano può rivelarsi utile contri i proiettili, ma contro ad un Hunter serve a ben poco

Il gameplay del gioco alterna alti e bassi, alcune idee sono ispirate, ma purtroppo i difetti sono proprio dove non dovrebbero esserci. Una cosa di sicuro positiva è la grande varietà di nemici che costringe il giocatore a cambiare continuamente le tecniche di approccio. Immancabili le creature prese in prestito dai vari capitoli: Zombie, Hunter, Tyrant, Licker, Cani Zombie, e altre oscenità varie sono presenti in gran numero – capita di affrontarne gruppi di 40 alla volta- e sono rese ancora più pericolose dal fatto che possono trasmettere il virus- T tramite contatto. Se si viene infettati l’unico modo per sopravvivere è utilizzare uno spray antivirale, altrimenti si assiste ad un continuo calo della propria energia fino a quanto non sopraggiunge la morte. A quel punto si diventa uno zombie e quindi un pericolo per i vostri compagni che dovranno provvedere a darvi celermente il riposo eterno. Oltre ai nemici “comuni” compaiono anche avversari famosi come Nemesis e Nicholai Ginovaef che è un piacere rincontrare in tutta la loro bellezza “next gen”. Fra tutte queste vecchie conoscenze spunta pure una novità che consiste in degli agguerriti nemici umani, ovvero i soldati delle “Forze Speciali”, delle truppe scelte inviate a soccorrere la popolazione e che spesso vi troverete ad affrontare in contemporanea agli zombie che in questo caso si possono rivelare delle utili “armi”, vi basterà far sanguinare i soldati in modo da attrarre gli zombie su di loro. La presenza di nemici armati sposta l’ago della bilancia del gameplay verso il genere sparatutto in maniera marcata, sacrificando la componente horror, quindi se sono esperienze da cardiopalma e salti sulla sedia quelli che cercate, cercate altrove. Gli scontri a fuoco con i soldati sono leggermente più impegnativi delle battaglie contro gli zombie e rendono necessario utilizzare al meglio il sistema di copertura e di scatto, dato che essi fanno spesso uso di granate e sono dotati di una buona precisione complessiva. Lo scatto funziona in maniera analoga a quello di Gears of War e richiede la pressione continua di un tasto, mentre il sistema di copertura ha un funzionamento “automatico”, in pratica ogni volta che ci si avvicina ad una superficie ci si può aderire semplicemente andandoci a sbattere, ovvero muovendo la levetta direzionale verso di essa. Questo sistema è parecchio impreciso e capita molte volte di “appiccicarsi” ad una parete senza volerlo, perdendo preziosi attimi di gioco cosa che vista la natura frenetica del titolo risulta parecchio fastidiosa. La pressione della levetta direzionale invece permette di lanciarsi a terra alla “Max Payne” in modo da evitare esplosioni o nemici alla carica. Per quanto riguarda l’equipaggiamento, il menù tipico della serie è stato completamente rimosso e la gestione dei pochi oggetti utilizzabili come granate, spray medici e spray antivirali, è affidata alla croce direzionale in modo da rendere il loro utilizzo più rapido ed intuitivo.


Pensate che da questa distanza riuscerete sicuramente a colpire lo zombie? Vi sbagliate.

Ogni soldato ha in dotazione un’arma principale, una pistola e un coltello per il corpo a corpo il cui utilizzo è molto intuitivo – basta premere un tasto per portare l’attacco e usare la levetta sinistra per indirizzare il colpo. Il corpo a corpo combinato alla pressione di altri tasti è la chiave per sfruttare alcune simpatiche feature abbastanza appaganti da usare come le uccisioni brutali, speciali mosse cruente e coreografiche, gli scudi-umani (che in questo caso sarebbe meglio chiamare scudi-zombie) e la spallata, una mossa utile per atterrare i nemici eseguibile durante lo scatto. Alla luce dell’ottimo lavoro fatto con il corpo a corpo è ancora più imperdonabile il fatto che a non convincere per nulla sia proprio un elemento essenziale di ogni sparatutto, ovvero il sistema di puntamento delle armi. Molte volte capita di fare molta fatica a prendere la mira da un riparo perché il personaggio si sporge in direzioni non volute, oppure succede di mancare dei nemici sparandogli dalla brevissima distanza, quasi come se i proiettili li attraversassero. In un gioco basato sull’uso delle armi da fuoco difetti come questi non dovrebbero sussistere.

Rete infetta


Giocare nei panni di Leon e affrontare nemici del calibro di HUNK? E’ possibile giocando in modalità Eroi.

RE:ORC propone varie modalità online 4 vs 4 oltre alla campagna che, rispetto a quest’ultima, risultano di gran lunga più divertenti da giocare in compagnia. Immancabili come sempre il deathmatch a squadre e il classico cattura la bandiera, chiamato in questo caso Biohazard, in riferimento al titolo originale della serie, dove bisogna recuperare dei campioni di G – Virus e riportarli alla base. Le più riuscite sono sicuramente Sopravvissuti, in cui entrambe le squadre devono cercare di salire su un elicottero per sopravvivere, ed Eroi, dove si possono vestire i panni di alcuni fra i personaggi più amati della serie e farli combattere fra loro. In tutte le modalità la collaborazione fra compagni di squadra è essenziale per arrivare alla vittoria, soprattutto perché oltre a dover tenere a bada gli avversari bisogna inoltre prestare la massima attenzione alle creature che vagano sulla mappa e che rappresentano un pericolo per entrambi gli schieramenti. Sui campi di battaglia online le abilità dei personaggi fanno veramente la differenza ed è importantissimo quindi potenziarle al massimo al più presto utilizzando i punti esperienza che si ottengono alla fine di ogni partita e che premettono in aggiunta di acquistare nuove armi. Anche terminando le missioni della campagna si possono collezionare punti esperienza ed è pertanto consigliabile completarle tutte prima di lanciarsi nelle modalità competitive.

Rigurgiti del passato


No quello non è Birkin trasformato, siete voi che state sfondando il muro del vostro negozio di videogiochi preferito per riportare indietro il CD di Re:ORC.

Un altro aspetto del gioco che presta il fianco a molte critiche è quello tecnico. Sebbene i modelli dei personaggi siano dotati di una buona mole poligonale e rivestiti da texture abbastanza curate, le animazioni – combattimento corpo a corpo a parte – sono piuttosto legnose e imprecise. Si notano continuamente parecchi bug, la maggior parte dei quali legati alle armi da fuoco che tendono a scomparire dalle mani del proprio alter ego per poi ritornare in improbabili posizioni. Le texture degli ambienti sono realizzate con scarsa dovizia di particolari salvo quelle di ambienti che riproducono zone celeberrime viste negli altri Resident Evil. Il motore fisico è quasi completamente assente tanto che sparando a delle bottiglie su un tavolo queste rimarranno stoicamente immobili al loro posto. La distruttibilità degli ambienti è decisamente sotto gli standard attuali, l’unica cosa che è possibile “spaccare” sono solo alcune luci e le insegne luminose dei negozi. Gli effetti grafici delle esplosioni e del sangue sono poverissimi senza contare che le esplosioni delle granate provocano, nella maggior parte dei casi, un drastico calo di frame rate. Il comparto audio svolge un buon lavoro nel riprodurre i versi degli zombie e delle armi da fuoco ma è purtroppo funestato da alcuni fastidiosi problemi come i suoni che si attutiscono all’improvviso e in alcuni casi addirittura scompaiono totalmente lasciando il giocatore nel silenzio più totale nonostante stia sparando contro un Tyrant inferocito. L’impressione generale è che il gioco sia stato realizzato in fretta e in maniera superificiale.

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