Root Film Nintendo Switch, PS4, Recensione

Root Film – Recensione: Un intrigante mistero per un gioco “poco” gioco


Non c’è nulla come un bel mistero e i giapponesi lo sanno bene. Nelle produzioni che arrivano dal paese del Sol Levante, anime, manga o videogames che siano, non è raro che la trama ruoti attorno ad un mistero, oppure che i personaggi abbiano dei segreti di cui nessuno è a conoscenza. È una cosa che personalmente adoro, ma non posso negare che a volte accada che per ricercare il “colpo di scena ad ogni costo” gli sceneggiatori si lascino un po’ sfuggire la mano, infilando nella trama cose che risultano assurde anche per chi è disposto a fare grandi sforzi di sospensione dell’incredulità.

Perfino nelle trame che più mi son piaciute, come ad esempio quelle dei Danganronpa, ci sono sempre stati dei momenti che mi han fatto dire: “Seh! Vabbè.” Insomma non sempre questa tendenza all’esagerazione tipicamente nipponica “Ci sta”. È raro trovare storie costruite in maniera da non ricorrere almeno una volta a degli espedienti narrativi assurdi, ma, sorpresa sorpresa, quella di Root Film è proprio una di queste. Ma d’altronde c’era da aspettarselo: il gioco è infatti una specie di seguito spirituale di Root Letter, graphic novel la cui trama era anch’essa saldamente ancorata alla realtà e ambientata nello stesso posto: la prefettura di Shimane. Ma di cosa parla esattamente Root Film? Vi dirò quello che posso senza spoilerare.


Un giallo a 35mm


Rintaro Yagumo è un giovane regista sulla trentina. I suoi soggetti preferiti sono i Mistery Drama, ovvero opere che solitamente sono incentrate su detective che risolvono casi all’apparenza impossibili. Robe alla Detective Conan o alla Signora in Giallo per capirai. Sebbene abbia del talento il giovane non è ancora riuscito a “spiccare il salto” ed è sempre alla ricerca di un modo per dimostrare il suo talento e di pagare l’affitto dello studio e lo stipendio dei mebri della troupe. Di questa fanno parte solo due persone: Magari, una ragazza dal temperamento tendente al truffaldino, ma con un talento innato per l’editing, e Kanade, un abile cameraman ventiseienne che si esprime solo a monosillabi. Un giorno Yagumo viene contattato da un agente dell’emittente locale, Shimane Tv, che gli propone di partecipare al reboot di un progetto iniziato 10 anni prima, ma mai portato a termine per motivi sconosciuti. Appare subito chiaro però che le cose non saranno proprio semplici.


Il cast principale di Root Film. Da sinistra: Kanada, Magari, Hitoha, Yagumo e Riho.

Circolano delle voci sul fatto che all’epoca la causa dell’interruzione dei lavori fosse dovuta ad una maledizione e che esista un filmato che lo testimonia: un filmato sulla cui pellicola è rimasto impresso qualcosa di terribile. Yagumo, da grande appassionato di gialli, rimane subito affascinato dalla cosa e invece di sentirsi scoraggiato non vede l’ora di iniziare i lavori e di usare l’opportunità per scoprire cosa sia veramente accaduto 10 anni prima. È così, una volta reclutata la giovane attrice Hitoha, il regista inizia a lavorare sul progetto e al contempo ad indagare. Ma non è Yagumo l’unico protagonista: l’altra è Riho, un’altra giovane attrice coinvolta anch’essa nel progetto e che suo malgrado si ritrova nel bel mezzo di delle indagini per omicidio legate ai luoghi scelti per le riprese. Qual è il legame tra le disavventure di Riho e Yagumo? Perchè il progetto di 10 anni fa è stato sospeso? Cosa si cela dietro alla maledizione? Esisterà veramente il fantomatico filmato maledetto? Tutte queste domande trovano risposta all’interno della trama della durata di circa una ventina di ore e, come dicevo nell’introduzione, senza che si ricorra ad escamotage o trovate assurde. Il racconto messo in piedi da Kadokawa Games infatti è abbastanza verosimile (per quanto possano esserlo storie in cui assassini architettano stratagemmi complicatissimi per uccidere la gente), e non sfocia mai nell’assurdo. La trama è molto ben congegnata e quando si arriva al finale, attraverso un crescendo di avvenimenti sempre piú emotivamente coinvolgenti, ogni pezzo scivola al proprio posto lasciando nulla di irrisolto.


Root Film
Da buon gioco investigativo non mancano le sessioni in cui bisogna “analizzare” dei punti di interesse per scoprire vari indizi e informazioni utili.

Ma, come ho già detto probabilmente altre volte, cosa sarebbe una buona storia senza dei buoni personaggi? E anche qui Root Film si comporta bene, proponendo dei protagonisti interessanti che interagiscono fra loro in maniera credibile, senza scadere mai troppo nel macchietistico. Il personaggio piú riuscito comunque rimane senza dubbio il protagonista principale: Yagumo non è un paladino del bene e anzi a volte ha un comportamento che si potrebbe definire quasi ossessivo nella sua ricerca della verità. Ed è proprio attraverso di lui e le esperienze che vive che il gioco ci lancia varie domande: fino a che punto ci si può spingere per i propri scopi? Ma sopratutto la morte può essere spettacolo? Una domanda che non mi sentivo rivolgere da da quel delirio immenso di Danganronpa V3 e che ha nuovamente colpito qualcosa nel mio cervello e nella mia anima.


Metodo invesigativo


Se la trama dunque non delude, ad essere alquanto sotto tono è il “gameplay” se cosí si può chiamare. Chi è fan di visual novel lo sa: in questi giochi l’attività ludica attiva vera e propria è molto limitata e quello che bisogna principalmente fare è leggere. Non si chiamano romanzi visivi per niente, no? Solitamente però per rendere la lettura piú interessante sono presenti dei minigiochi o attività simili, che in alcuni casi possono anche influenzare l’andamento o il finale della storia. In Root Film, queste attività sono totalmente assenti, salvo un unico minigioco che si attiva nei momenti di trama in cui bisogna  vincere un argomento contro qualcuno e smascherarne le bugie.


L’unico momento veramente interattivo di Root Film è rappresentato da un minigioco dove bisogna smascherare le bugie del menzognero di turno.

Basta. Altro su questo fronte non c’è. Un pochino poco per un gioco incentrato sulle investigazioni. Perfino Root Letter contemplava l’utilizzo di certi oggetti al momento giusto per procedere nella trama. Qui invece tutto è estremamente passivo e raramente le capacità di attenzione o di ragionamento del giocatore sono messe realmente alla prova, visto che quell’unico minigioco è davvero di una facilità disarmante.


La bellezza di Shimane


Graficamente il gioco opta per uno stile anime senza la minima presenza di elementi 3D. Tutto, dai personaggi, ai fondali è disegnato a mano. Questi ultimi in particolare sono stati realizzati cercando di esaltare il più possibile la bellezza delle ambientazioni e il motivo principale è che, come  in Root Letter, la maggior parte dei luoghi che si visitano sono realmente esistenti. Templi, cittadine, scogliere a picco sul mare, musei;  è un po’ come se se si stesse facendo una sorta di tour della splendida prefettura di Shimane. A differenza di Root Letter però non si avverte mai la sensazione di trovarsi di fronte ad una sorta di enorme spot di un’agenzia di viaggio, grazie al fatto che il continuo girare dei protagonisti per queste location è stato giustificato in maniera più coerente all’interno della narrazione.


Un sacco di luoghi che compaiono nel gioco sono realmente esistenti come il Castello di Matsue che si intravede in questa scan.

Nonostante i bei disegni però ogni tanto ho avvertito una staticità un po’ troppo marcata durante alcuni dialoghi; una o due transazioni di sprite ogni tanto sarebbero bastate a dare un maggior tocco di drammaticità e dinamicità al tutto, anche perché l’eccellente doppiaggio (solo in lingua giapponese) se lo sarebbe meritato.

Dal punto di vista audio ritroviamo alcune canzoni “riciclate” dal vecchio Root, ma anche qualche novità apprezzabile tra cui la “ending” Utakata no Hikari, un pezzo J-Pop molto orecchiabile.

Ultima cosa: purtroppo non posso non segnalare alcuni errori di battitura presenti nel testo. Attenzione, non si tratta di errori di traduzione, ma di veri propri errori di battitura che evidentemente nessuno si è preso la briga di correggere. Si tratta di qualche sporadica parola su centinaia di linee di testo, ma comunque fanno pensare che forse chi ha svolto il lavoro di traduzione e trascrizione non ha preso l’incarico troppo sul serio. Sarà perché le graphic novel qui in occidente sono ancora considerate produzioni di serie B? Chi lo sa.

Lato Tecnico 80%
Sonoro 75%
Giocabilità 60%
Carisma 85%
Longevità 80%
Final Thoughts

Root Film è una visual novel sostenuta da una trama stimolante e ben scritta che indubbiamente è in grado di stuzzicare il palato degli amanti dei racconti gialli. Pecca però di "pigrizia": c'è ancora meno gameplay che nel suo "predecessore" e gli sprite dei personaggi sono decisamente pochi per una storia dal contenuto fortemente drammatico. Senza queste beghe mi sarei sentito di consigliarlo a chiunque, così com'è invece è un gioco adatto solo ai fan del genere disposti a chiudere un occhio sui suoi difetti e interessati a godersi una buona storia ambientata in una delle prefetture più belle del Giappone.

Overall Score 76%
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