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The Division 2 – Recensione: La Divisione avrà imparato dagli errori?


Sono passati 3 anni da quando fummo lanciati nel cuore infetto di New York e ora The Division 2 ci propone di tornare a combattere per riportare un po’ di ordine in quelli che furono gli Stati Uniti d’America. Sarà riuscita Ubisoft a imparare dagli errori commessi col primo capitolo e a proporre un’esperienza più matura? Dopo diverse ore passate per le strade di Washington siamo pronti a darvi una risposta.

La speranza d’America

La prima missione che dovremo svolgere sarà quella di difendere la Casa Bianca da un attacco nemico.

La storia di The Division 2 inizia 7 mesi dopo gli eventi del primo gioco. Il Veleno Verde, il virus che nel giorno del Black Friday portò alla morte di milioni di persone in tutti gli Stati Uniti, scagliando l’intero paese in una spirale di criminalità e violenza non è stato ancora debellato, ma progressi sono stati fatti per contenere le bande di criminali che imperversano per le strade. Questo è stato possibile principalmente grazie agli sforzi degli agenti della Divisione, una sezione segreta della United States Department of Homeland Security, composta da operativi sotto copertura che erano stati addestrati appositamente per entrare in azione qualora si fosse verificata una “emergenza catastrofica” sul suolo americano. La Divisione si è dimostrata all’altezza delle aspettative, soprattutto a New York, dove è riuscita a riportare la normalità e a scoprire delle informazioni utili sull’origine del Veleno Verde. La battaglia per la pace però è lungi dall’essere finita. Un S.O.S lanciato tramite la rete Shade (una speciale rete d’informazione sostenuta da tecnologie all’avanguardia in uso alla Divisione), chiede a tutti gli agenti disponibili di dirigersi a Washington in quanto la città si trova in una situazione analoga a quella di New York: gruppi di banditi si sono spartiti il controllo della città e i civili che tentanto di ricostruire una parvenza di società vengono vessati e brutalizzati senza pietà. In qualità di agente, il giocatore si ritroverà dunque alle porte di Washington, pronto ad aiutare i sopravvissuti a rimettersi in piedi e a riconquistare la città, strada per strada, edificio per edificio.

Si può personalizzare il proprio avatar sia nell’aspetto fisico, sia sfruttando un’ampia selezione di abiti e accessori.

Questo lo spunto della trama che sta dietro The Division 2, che si completa in circa una quarantina di ore se si procede spediti per completare la campagna, che rappresenta solo una minima parte di ciò che il gioco ha da offrire. E mi sento di affermare: “Per fortuna!”. Perché, senza fare alcuno spoiler, posso dire che la trama è quanto di più banale ci si possa immaginare quando si pensa al filone spionaggio-fantapolitica. L’unico guizzo si ha solamente nella fase finale e nell’End Game, dove si verifica una sorta di colpo di scena (di cui parleremo dopo) che va addirittura ad influenzare il gameplay, ma per il resto: la banalità più totale. E visto che anche la trama dello scorso capitolo era alquanto fiacca, almeno sotto questo aspetto non posso dire che ci siano stati dei miglioramenti. Ma, “per fortuna”, a sostenere il gioco c’è altro oltre alla storia e, sempre “per fortuna” è anche quello che lo rende degno di essere giocato.

Una città da liberare

The Division 2
La mappa di gioco, nonostante la presenza di molti segnali e icone è sempre molto chiara.

The Division 2 è molto simile al suo predecessore, sia per la sua natura, che è quella di insolito miscuglio fra FPS e RPG, sia per quanto riguarda la progressione in game vera e propria. All’inizio si è dei “semplici” agenti speciali con delle armi da fuoco e poi pian piano si iniziano ad acquisire tecnologie, sotto forma di Abilità e armamenti sempre più potenti. Il primo elemento centrale di gameplay che viene presentato al giocatore è il Centro di Comando, che in questo capitolo è situato alla Casa Bianca. Bhé, siamo a Washington, volevate forse che una location come la residenza presidenziale più famosa al mondo andasse sprecata? No, di certo. Dalla Casa Bianca, partono tutte quante le operazioni della Divisione ed è un luogo in cui bisogna recarsi spesso perché centrale nello svolgimento delle missioni principali ed anche perché è l’unico luogo dove è possibile acquisire nuove abilità.

Negli Insediamenti faremo la conoscenza di vari personaggi, alcuni dei quali sono necessari per accedere a determinate attività, come le Dark Zone.

Partendo da lì, gradualmente si iniziano a riconquistare le varie zone della città cadute nelle mani delle Iene, dei Reietti e dei True Sons, i tre gruppi armati che se la contendono. Per fare ciò bisogna, oltre che portare a termine le missioni principali, attaccare i vari Avamposti sparsi in giro per la mappa: dei luoghi controllati dai nemici che una volta liberati possono essere utilizzati come punto di viaggio rapido. A svolgere la stessa funzione troviamo anche i Rifugi, dei “nidi sicuri” approntati dalla Divisione in caso di necessità e che sono per questo sfuggiti all’ondata di distruzione che ha sconvolto la città. Sbloccando Avamposti e Rifugi si ottengono esperienza e risorse utili per potenziare gli Insediamenti, delle basi costruite dai sopravvissuti che se upgradate completando degli incarichi permettono di sbloccare nuovi item e ottenere altra esperienza.

Anche gli ECHO fanno il loro ritorno. Si tratta di frammenti di informazioni ricostruiti utilizzando filmati, intercettazioni telefoniche e altro materiale “catturato” dalla rete SHADE.

Naturalmente le risorse sono utili anche per craftare oggetti che risultano in norma più potenti di quelli ottenuti tramite normale loot e potranno esservi utili anche per 2 o 3 livelli senza doverli cambiare. Come in ogni RPG è infatti importantissimo sostituire continuamente il proprio equipaggiamento con versioni più potenti, altrimenti si rischia di non riuscire ad affrontare i nemici con efficacia. Solitamente questo significherebbe grinding, e lo significava anche nel primo gioco, ma qui Ubisoft è riuscita a rendere il ricambio di equip molto meno “meccanico”, distribuendo in maniera più intelligente il loot e ricompensando il giocatore con degli item utili ad ogni level up. A rendere meno intensa la sensazione di grinding c’è anche la grande varietà di attività casuali in cui può capitare di imbattersi mentre si gira per la città. A volte si tratta del recupero di casse di equipaggiamenti cadute in mano nemica, a volte esecuzioni di innocenti da fermare, altre di dispositivi radio da “riconvertire” in modo da tagliare le comunicazioni dei banditi. Sono tutti eventi si generano casualmente e che aiutano a mantenere alto il ritmo mentre ci si sposta tra una missione e l’altra. Non mancano anche una miriade di missioni secondarie, che, nonostante alla lunga finiscano per somigliarsi tutte, danno comunque un senso di gratificazione quando le si completa, visto che permettono di ottenere vantaggi sia per sé che per gli Insediamenti.

Il senso di progressione quando si portano a termine gli incarichi era presente anche in The Division, ma ora è in generale molto più palpabile. Completare obiettivi fa crescere sia il personaggio che le varie comunità che si aiutano di volta in volta. Da soddisfazione vedere un Insediamento con poche risorse iniziare a costruire strutture migliori, avere pattuglie più numerose (in grado di darvi un mano negli scontri a fuoco) e anche avere più abitanti che a loro volta vi assegneranno ulteriori missioni. Campagna, missioni secondarie, attività casuali, liberazione di Avamposti, tutto è perfettamente collegato e va creare un unicum che dà sul serio la sensazione di star a prodigarsi per la liberazione di una città. Certo, questo prodigarsi significa praticamente solo uccidere nemici e raccogliere roba, ma vi assicuro che è veramente gratificante e a renderlo tale è anche l’ottima resa degli scontri a fuoco e come questi siano strutturati in modo da far cooperare i giocatori.

Conflitto ad alta intensità

Scontri in zone aperte si intervallano a combattimenti in zone chiuse come stanze e corridoi e bunker.

Gli scontri a fuoco in The Division 2 sono più profondi e appaganti di quanto non fossero nel capitolo a lui precedente. Il motivo è da ricercare in una maggiore varietà dei nemici e in una I.A. decisamente notevole. Credo di poter affermare con una certa sicurezza che l’I.A. di The Division 2 sia la migliore che si sia vista in un gioco Ubisoft da molti anni a questa parte. I nemici non se ne stanno con le mani in mano e agiscono con astuzia: sfruttano le coperture, tentano aggiramenti, utilizzano granate e altri tipi di gadget per stanare il giocatore e rendergli la vita impossibile. Questo dona un dinamismo agli scontri a fuoco del tutto nuovo che, complice anche un buonissimo level design, rendono ogni scontro impegnativo e mai banale. Proprio per questa ragione ora collaborare con altri giocatori è molto più gratificante, visto che permette una migliore gestione del campo di battaglia tramite l’utilizzo di abilità e armi diversificate.

Non potevano mancare gli Èlite e i Boss: nemici corazzati e capaci di abbattervi in pochi colpi.

Questo diventa particolarmente vero una volta raggiunto il cap di livello, settato nuovamente a 30. Da quel momento in poi le cose cambiano in maniera abbastanza drastica, perché se tutta la campagna è bene o male affrontabile senza problemi anche da un lupo solitario, una volta raggiunto l’End Game non sarà più così. Completare gli incarichi principali comporterà difatti la comparsa dei Black Tusk, una nuova fazione nemica con equipaggiamenti militari e personale addestrato che stravolgerà completamente ogni cosa. È questo il colpo di scena di cui parlavamo all’inizio. Con la comparsa dei Black Tusk sarete costretti a riconquistare nuovamente tutto il terreno sottratto alle altre fazioni nemiche, solo che questa volta i combattimenti saranno ancora più impegnativi. Questo escamotage, sebben possa sembrare solamente una soluzione da quattro soldi per aggiungere contenuti al gioco, in verità si rivela vincente e va a dare significato all’End Game, tallone d’Achille del primo capitolo. Scontri più impegnativi significa ricompense maggiori, ma anche bisogno di alleati.

I Black Tusk hanno armamenti e tecnologie all’avanguardia che li rendono dei nemici temibili.

E per gestire al meglio i rapporti con altri giocatori è stato inserita una feature apposita: i Clan. Sfruttandola i giocatori possono creare una propria squadra di un massimo di 50 giocatori con cui organizzare sessioni di gioco, grazie anche all’utilizzo di due canali di chat. I Clan permettono inoltre di avere accesso a tutta una serie di sfide che se completate permettono di ottenere svariati vantaggi in game. Altri contenuti si possono sbloccare facendo salire di livello il Clan stesso, visto che le azioni di ogni membro contribuiscono a far salire una tacca di esperienza collettiva il cui cap è anch’esso bloccato a 30. Organizzarsi in un Clan permette di sfruttare al meglio le Specializzazioni, degli speciali alberi abilità che si ottengono in End Game e permettono di personalizzare ancora di più il proprio stile di gioco con nuove letali armi e varianti delle abilità di base. Selezionare quelle più adatte in modo che vadano incontro al proprio stile di gioco e siano al contempo utili ai compagni, è il modo migliore per sfruttare le Specializzazioni, visto che alcune sono studiate appositamente per essere usate da gruppi di giocatori. Insomma, Ubisoft è riuscita a dare un senso all’End Game e a sfruttarlo in maniera adeguata per spingere i giocatori a collaborare. Cosa chiedere di più da un gioco di questo tipo basato sul multiplayer?

Quando le alleanze si rompono

Se il gioco è principalmente basato sulla cooperazione, comunque non manca qualcosa da fare anche quando di voglia di collaborare non ce n’è. O almeno non con tutti. Sto parlando della Dark Zone, o meglio delle Dark Zone. Questa volta ci sono ben tre zone dedicate a questo tipo di PvP dove è possibile uccidere chiunque in qualunque momento e sottrargli il loot recuperato nell’area. Anche qui la formula è rimasta la stessa, con gli oggetti che vanno fatti estrarre da degli elicotteri per poter essere decontaminati e i giocatori che vengono “marchiati” quando compiono azioni ostili nei confronti di un altro player. A rendere un po’ più equilibrato il tutto però c’è un nuovo sistema che gestisce proprio questo tipo di azioni che renderà più o meno difficile la fuga al “Rinnegato” in base al tipo di crimini commessi: il semplice furto dell’equipaggiamento ad esempio rende solo il ladro ostile a tutto il resto dei giocatori, mentre l’uccisione di vari agenti farà comparire una vera e propria taglia visibile a tutti sul colpevole. La modalità è ancora estremamente adrenalinica visto che permette di vivere sulla pelle esperienze da “survival” alla Dayz, in cui non saprai mai se il giocatore con cui stai andando in giro ti aiuterà fino alla fine o approfitterà della prima occasione per pugnalarti alle spalle.

Gli scontri fra giocatori nelle Dark Zone sono ancora carichi di adrenalina, mentre quelli della modalità Conflitto sono forse il contenuto meno riuscito dell’intera produzione.

Per via delle richieste della community è stata introdotta anche un’altra modalità PvP, decisamente più tradizionale, denominata Conflitto dove i giocatori possono affrontarsi in dei veri e propri deathmatch a squadre o in partite di cattura degli obiettivi. Queste sono le modalità che mi hanno convinto di meno proprio perché si tratta di “classici”, quindi modalità poco originali, ma anche perché penso che il sistema di movimento e lo shooting system di The Division non si sposi gran che bene con scontri di questo tipo. Un conto è affrontare un nemico o 2 nella Dark Zone, e un conto è dover gestire abilità e lanci di granate che sono praticamente “spell ad area” in uno scontro a fuoco continuo dove ogni secondo è prezioso. In pratica Conflitto azzera quasi del tutto il lato tattico degli scontri a fuoco e visto che è proprio quello a renderli interessanti trovo che abbia bisogno di qualche riveduta per potersi sposare efficacemente con lo spirito del gioco.

L’inverno è finito

Tecnicamente The Division 2 si difende bene, anche se è inevitabile notare qualche sbavatura che forse era perfettamente evitabile. Il gioco è sorretto dallo Snowdrop, lo stesso motore grafico con cui è stato realizzato anche il suo predecessore e si vede. Ritroviamo le stesse architetture imponenti, la stessa maniacale cure per il dettaglio e gli stessi ottimi effetti ambientali e di luce. Purtroppo però sono tornate anche le texture che caricano in ritardo: capita di svoltare l’angolo di una strada e di trovare tutti gli edifici completamente sgranati, salvo poi vederli tornare “a fuoco” dopo qualche manciata di secondi.


Le ambientazioni sono tutte curatissime, dalle strade, agli interni degli edifici.

Questi difetti comunque non riescono a nascondere il fascino di un’ambientazione che sebbene non sia ai livelli della oscura New York innevata post Veleno Verde, è comunque carica di atmosfera. Vedere Washington trasformata in una vera e propria giungla d’asfalto, con rampicanti e cespugli che spuntano dai palazzi e dai marciapiedi, con perfino dei cervi e altri animali che si aggirano fra le carcasse delle macchine fa il suo effetto e fa respirare quell’aria da post-apocalisse che seppur componente di un miriade di altri titoli, continua ad essere d’impatto. Altro difetto che ritorna sono i modelli dei personaggi che per l’appunto, sono rimasti troppo simili a quelli non eccelsi del primo capitolo, decisamente troppo poco curati per una produzione tripla AAA di questo calibro. Da segnalare anche la presenza di alcuni bug grafici e purtroppo anche di alcuni glitch relativi agli obiettivi di alcune missioni che in alcuni casi mi hanno costretto a rigiocare la missione da capo. Comunque sia Ubisoft è subito corsa ai ripari, annunciando che sistemerà tutto il prima possibile. Apprezziamo l’impegno e confidiamo che fixeranno tutto con le prossime patch. Buone le tracce audio e il doppiaggio, anche se vista la pochezza della trama i doppiatori non hanno avuto particolari momenti in cui poter dimostrare il proprio talento.

Grafica 85%
Sonoro 70%
Giocabilità 80%
Carisma 65%
Longevità 100%
Final Thoughts

La struttura di gioco di The Division 2 è praticamente identica a quella del suo predecessore: tutto è rimasto quasi completamente immutato, dai comandi, a quello che il gioco richiede di fare, ovvero aggirarsi per una mappa enorme e suggestiva sparando e completando obiettivi. La grande differenza che ne giustifica un voto più alto è la maggiore profondità del combat system, un end game corposo e un maggiore focus sull'aspetto prettamente coop del titolo. Ubisoft ha saputo insomma imparare dai propri errori, riuscendo a proporre un'esperienza di gioco più appagante e in grado di venire incontro alle esigenze dei fan, ma anche di attirare nuova utenza. Un buon esempio di come fare un sequel.

Overall Score 80%
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