Yakuza: Like a Dragon PC, Recensione

Yakuza: Like a Dragon – Recensione: Il Dragone ruggisce ancora


Iniziata nel 2005, quella di Ryu Ga Gotoku, conosciuta da noi in occidente come Yakuza, è una saga molto amata in Giappone e uno dei franchise di spicco di SEGA. Dopo essersi ricavata nel corso degli anni un cospicuo seguito di fan, la serie sembrava terminata con il capitolo numero 6 uscito nel 2016. In verità l’anno dopo scoprimmo che non era così: Yakuza sarebbe tornato con un nuovo capitolo dal titolo Yakuza: Like a Dragon, un capitolo con diverse novità.

Intanto un protagonista nuovo. Non più si sarebbe più impersonato il Dragone di Dojima, Kazuma Kiryu,  ma tale Ichiban Kasuga, che dai primi trailer, e anche da quelli successivi, sembrava apparire come un emerito idiota. Cosa che in effetti è, ma ne parliamo dopo. Un’altra novità, l’ambientazione: non più la Kamurocho di Tokyo, ma Isezaki Ijincho, a Yokohama. Un cambio che privava i fan di tutti i luoghi iconici della serie. Poi, qualche mese dopo, scoprimmo un’ultima novità. La più grossa, e quella che forse ha fatto più temere il disastro a molti: un cambio totale di gameplay. Questo gioco non sarebbe difatti stato un action con elementi beat’em up, ma un JRPG con combattimenti a turni. 



A me la cosa sinceramente non turbò, ma era chiaro che un cambiamento simile avrebbe scosso la fiducia di molti. Ma la mia no. Come gamer e recensore apprezzo il coraggio di uno sviluppatore o un editor che prova a cambiare il gameplay di una serie. Serve a  dare una svecchiata a sistemi magari diventati sì una garanzia, ma che non permettono di provare nulla di diverso. Ma ci vuole coraggio come dicevo, perché ci sono brand che sopravvivono a questa mossa, altri che invece si affossano. Ce l’avrà fatta Yakuza a proporre un qualcosa di diverso senza rovinarsi? La risposta è sì, e vi spiego perché.


Un vero aniki


Innanzitutto partiamo dalla storia. Il gioco come detto, ha un nuovo protagonista: Ichiban Kasuga. Ichiban è un giovane di Tokyo affiliato alla famiglia Arakawa, una banda affiliata al potente clan Tojo. Un giorno il giovane viene convocato dal suo oyabun, Masumi Arakawa, che gli chiede un enorme favore: quello di farsi arrestare e permettere così la sopravvivenza della famiglia. Vista la profonda riconoscenza che Ichiban nutre per il suo capo che l’ha salvato da una infanzia di stenti, il giovane yakuza accetta, e finisce così col venire condannato a  18 anni di galera. Scontata interamente la pena Ichiban torna dal suo capo aspettandosi un caloroso benvenuto, ma quello che invece trova è il tradimento. Arakawa non è più affiliato al clan Tojo, ormai in rovina, ma alla Omi, un clan nemico. Masumi stesso gli pianta un proiettile nel petto nel tentativo di eliminare le prove di un complesso complotto ordito alle spalle del giovane. Ichiban, miracolosamente sopravvive, ma quando riprende conoscenza dopo la ferita quasi mortale scopri di non trovarsi più a Tokyo, ma bensì a Yokohama. A rivelarglielo è un senzatetto di nome Nanba che si rivela essere anche la stessa persona che l’ha salvato da morte certa, grazie al suo passato di infermiere. Da qui Ichiban deciderà di mettersi in azione per vendicarsi di Arakawa e scoprire il vero motivo che lo ha spinto a tradirlo.


Yakuza: Like a Dragon
Ichiban, proprio come Kiryu, si troverà a dover affrontare l’amarezza del tradimento.


E così che inizia la storia di Yakuza: Like a Dragon che devo dire è forse una delle migliori dell’intero franchise. E non solo per il fatto che i colpi di scena abbondano, ma anche per i temi trattati e l’ottima caratterizzazione dei personaggi. Mettiamo subito in chiaro che Ichiban non è per nulla Kiryu, anzi. A parte la serietà che ci mettono nel perseguire i loro scopi e il “buon cuore”, i due non potrebbero essere più diversi. Dove Kiryu è un uomo serio, composto e riservato, Ichiban è espansivo, gioviale e sempre pronto alla battuta, ma non per questo meno carismatico. Se Kiryu ha il fascino dell’uomo tutto d’un pezzo, Ichiban ha quello del ragazzone energico capace di strapparti un sorriso con tutta la sua voglia di fare. Oltretutto è un nerd, visto che è un grande fan di Dragon Quest, motivo per il quale vede le sue scazzottate come fossero delle battaglie da JRPG.  Che è anche il motivo per cui i combattimenti del gioco sono in quello stile. Esatto: il fatto che i combattimenti siano da avventura fantasy è giustificato col fatto che il giocatore li vede attraverso gli occhi di Ichiban che fondamentalmente immagina così gli scontri all’arma bianca che ha con i suoi avversari. Un’idea folle lo so, ma che funziona da “giustificazione” per il cambio di gameplay. E non si tratta dell’unica traccia di follia nel gioco: nelle 50 ore circa necessarie a completare la trama il nonsense regna spesso sovrano, con Ichiban alle prese con situazioni assurde, anche al limite del grottesco. La cosa bella è che il tutto funziona e, a meno che non odiate questo approccio tipicamente giapponese che alterna gag e drama, vi assicuro che la storia di Yakuza: Like a Dragon scorre che è un piacere. Ad accompagnare Ichiban oltre al già citato Nanba, ci sono anche l’ex detective Adachi e la giovane barista Saeko ed è proprio principalmente tramite il rapporto con questi tre comprimari che il gioco tratta varie tematiche particolarmente interessanti e che riguardano i vari problemi del Giappone moderno, come ad esempio le difficoltà lavorative e la prostituzione giovanile. Unico neo del comparto narrativo è forse l’eccessiva lunghezza di alcuni passaggi. Vuoi per colpa della natura RPG, vuoi per un certo dilungarsi di dialoghi e cutscene, ci sono alcuni punti del gioco in cui il ritmo viene a mancare e si accusa un po’ la noia. Per fortuna si tratta solo di alcuni punti specifici, superati i quali la trama torna ad appassionare con momenti carichi di tensione e pathos.

Un ultima cosa. Per chi se lo stesse chiedeno il gioco, sebbene faccia vari riferimenti ai capitoli passati, è giocabile senza nessun problema anche da chi non ha mai provato una Yakuza. Non per niente questo gioco era stato pubblicizzato come una sorta di nuovo inizio per la serie e bisogna dire che effettivamente lo è sotto ogni punto di vista.


Chitarre, mazze ed aragoste


Parliamo ora del gameplay di Yakuza: Like a Dragon e partiamo dalla cosa che più aveva intimorito tutti: il sistema di combattimento. Certo fa strano all’inizio trovarsi di fronte a menù di skill, azioni, item, e schermate dell’equipaggiamento, ma superato lo shock iniziale ci si accorge che di impegno nel realizzare questo nuovo combat system ce n’è stato messo. Tutto funziona come nel più classico dei JRPG, con tanto di menù pop up che permettono di scegliere che azione far compiere al proprio “eroe”. Ce ne sono tante, così come sono veramente abbondanti sia gli equipaggiamenti che le skill.


Yakuza: Like a Dragon
Questa è un’evocazione. Non so come commentare quest’immagine.

Queste ultime sono gestite sotto forma di un sistema di lavori, e quando parlo di lavori intendo letteralmente lavori. Si può giocare come Barista, Idol, Guardia, Detective, Veggente, ecc. ecc., e ogni lavoro garantisce un approccio diverso alla battaglia con un set di skill e attacchi unici. Fondamentalmente funzionano come le classi degli RPG che tutti conosciamo: ci sono quelle più tankose, quelle più improntate all’utilizzo delle skill, o quelle di supporto. I vari attacchi naturalmente si adeguano di conseguenza alla natura del lavoro in questione, quindi, ad esempio, ci troveremo a vedere Nanba, classe di partenza Senzatetto, utilizzare il suo potentissimo attacco esclusivo Rutto di Fuoco. In cosa consiste? In lui che prende un bel sorso di liquore, accende un accendino, carica il diaframma e lancia un ruttone pirotecnico che fa danni da fuoco a tutti i nemici di fronte a lui. Pazzesco a dir poco. Ci sono anche vere e proprio evocazioni alla Final Fantasy, ma anche qui, vista la natura del titolo ci si trova di fronte a cose assolutamente fuori di testa. Tipo chessò un’aragosta di nome Nancy che come attacco è capace di richiamare decine di suoi simili e fargli attaccare un povero malcapitato che non può far altro che soccombere di fronte alla “Piagha delle Tenaglie”.


Yakuza: Like a Dragon
I combattimenti di Yakuza: Like a Dragon sono ancora più esagerati che in passato.

Il tono scherzoso non vi deve comunque ingannare: la curva di difficoltà non è proibitiva, ma nemmeno semplice e, soprattutto nelle fasi finali, costringe ad una certa dose di grinding che potrebbe risultare fastidiosa per alcuni. Anche il sistema di lavori non va sottovalutato: ognuno deve essere livellato singolarmente, per cui nel caso decidiate di cambiarlo dovrete passare il tempo a farlo salire ad un livello adatto alla difficoltà del punto della storia in cui vi trovate. Si tratta di un approccio piuttosto hardcore al sistema di classi, che non spinge certo a sperimentare visto che per farlo è necessario sorbirsi altre ore di grinding. È molto probabile quindi che una volta portati dei lavori oltre ad un certo livello vi ritroverete a non aver voglia di ricominciare da capo e continuerete ad utilizzare quelli. State dunque molto attenti a quali scegliete di portar su.


Un tour di Yokohama


Oltre alle missioni della trama principali sono presenti anche numerose secondarie, in grado di far sbloccar a Ichiban e compagni item e oggetti utili. Naturalmente è ancora presente la possibilità di esplorare liberamente la mappa di gioco che anche in questo caso si rivela essere uno dei punti forti della serie.

Il gioco si svolge interamente nel fittizio distretto di Isezaki Ijincho, basato sul realmente esistente distretto di Isezakichō a Yokohama, che è stato praticamente riprodotto fin nei minimi particolari all’interno del gioco. Strade, edifici e negozi, sono praticamente tutti nello stesso posto della loro controparte reale, cosa che trasforma Yakuza: Like a Dragon in una sorta di tour virtuale. La fedeltà è davvero sbalorditiva: vi basterà guardare uno degli svariati montaggi che si trovano su youtube che fanno dei videoconfronti fra le location reali e quelle del gioco.


Impossibile non rimanere affascinati da Isezaki Ijincho, soprattutto di notte.

La mappa inoltre abbonda di location secondarie divenute ormai una tradizione della serie. Ci sono gli immancabili locali per il karaoke e poi bar, sale giochi (con tanto di arcade da poter provare), cinema, ristoranti, tutti pieni di attività da svolgere e item da poter comprare: il sashimi acquistato in un sushi bar ad esempio può essere utilizzato in battaglia come item curativo. Aggirarsi per la mappa è dunque un piacere, e non vi farà rimpiangere la vecchia cara Kamurocho.


Il volto del Drago


Graficamente Yakuza; Like a Dragon si difende bene. Nulla di miracoloso, nulla che faccia gridare alla next-gen, ma la cura riversata sul lato tecnico è innegabile. Modelli dei personaggi e degli edifici sono realizzati con dovizia di particolari, specialmente i volti, espressivi come pochi. Le texture sono molto buone e non si verificano quasi mai effetti pop-up o rallentamenti nei caricamenti. Ottimo il frame rate: il gioco gira fisso su 60fps su Xbox One X, senza praticamente nessun tentennamento. Qualcosina di più si poteva fare sul fronte animazioni che appaiono un pochino legnosette.


Il punto forte del comparto tecnico del gioco sono sicuramente i model dei personaggi, tutti curatissimi.

Dal canto audio troviamo un misto di vecchi brani presi da altri capitoli della serie a tracce nuove che riescono a trasmettere la giusta carica emotiva ad ogni momento della trama, sia esso drammatico o spensieratamente idiota. Per gli amanti del karaoke: sì c’è Bakamitai e sì, anche la canzone tema di Ichiban, Shape of Dream, è decisamente valida e ne sottolinea ancora di più la natura entusiasta da eroe shonen che ve lo farà amare.

Il gioco per la prima volta è disponibile anche con testi e sottotitoli in italiano, mentre il doppiaggio è esclusivamente in inglese o giapponese. Inutile dire che il gioco VA giocato in giapponese. Obbligatoriamente.


Lato Tecnico 80%
Sonoro 90%
Giocabilità 80%
Carisma 100%
Longevità 90%
Final Thoughts

Yakuza: like a Dragon è un azzardo riuscito. Come detto si tratta di un nuovo inizio per la serie con un nuovo protagonista e un nuovo stile di gameplay, che, a meno che non odiate il genere RPG, saprà appassionarvi con la sua travolgente nipponicità. SEGA ha dimostrato che con una certa dose di coraggio è possibile portare un franchise in una nuova direzione senza per questo perdere in qualità. A quando un sequel?

Overall Score 88%
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